Mad Max, oltre la sfera del Pop

 
” (…) We’d lose half a vehicle in sand and have to dig it out. It was just this unit in the middle of x-million square-kilometres of desert, and then this group of lunatics in leathers, like a really weird S&M party, or a Hell’s Angels convention. It was like Cirque du Soleil meets fucking Slipknot”
Tom Hardy, sul set di Fury Road.

Talvolta il valore di un film non è determinato tanto dalla pellicola in sè, quanto dall’impatto che esso ha sulla cultura popolare. In questo senso pochissime opere nel corso degli anni possono vantare di essere state incisive quanto la saga di Mad Max: nessuno che sia vissuto negli ultimi 30 anni, indipendentemente dall’aver visto i 3 film che la compongono, può dire di non averne subito, coscientemente o meno, le conseguenze. Dal mondo letterario a quello videoludico a quello cinematografico l’influenza dei tre film di George Miller è enorme. Basti pensare che un’altra icona della cultura pop, Ken il Guerriero, a detta dei suoi stessi autori, non è altro che una rivisitazione di Mad Max con le arti marziali a sostituire i veicoli. E ancora, decine di film, da Waterworld a Gunny a Saw, fumetti come tank girl e Watchmen, videogiochi come fallout o borderlands, traggono scenari, ambienti, situazioni e personaggi dalla mitologia filmica ivi creata. Registi come Guillermo DelToro, Robert Rodriguez, David Fincher e James Cameron ne parlano spesso come di una delle loro principali fonti d’ispirazione. Innumerevoli sono le citazioni che fanno riferimento alla suddetta trilogia, dai Simpson ai Power Rangers, passando per South Park, Super Mario, il Wrestling professionistico, per arrivare addirittura alla musica: artisti come i Duran Duran, i Pureton, le Spice Girls e Ke$ha hanno dichiarato di essere stati suggestionati dalla saga e di averla voluta omaggiare nei loro testi, nei video o nelle coreografie dei concerti.

Eppure a creare un tale inarrestabile uragano, come nella teoria del caos, è stato qualcosa di incredibilmente piccolo. Non piccolo quanto il battito d’ali di una farfalla, ma comunque piccolo. Il primo Mad Max, che vede la luce delle sale cinematografiche australiane nel 1979, è un film poverissimo e indipendente, opera d’esordio di Miller che fino a quel momento aveva lavorato in campo medico. La trama, ormai entrata nella leggenda, racconta di un futuro distopico nel quale guerre atomiche e crisi energetiche hanno spinto la società civile sull’orlo del collasso. I pochi agenti di polizia rimasti in attività vestono come teppisti, giubbotti borchiati e pantaloni di pelle, e alla guida di automobili truccate danno battaglia a bande di motociclisti, predoni dai variopinti costumi che seminano distruzione. Protagonista della pellicola è un allora quasi sconosciuto Mel Gibson, che interpreta l’agente Max  Rockatansky, abilissimo pilota che dopo aver perso la famiglia per mano del crudelissimo biker Nightrider vota la propria esistenza alla vendetta. La pellicola non è esente da difetti: la povertà dei mezzi produttivi, in particolare, costringe il regista a lasciare sulla carta il sottotesto fantascientifico (che può solo essere supposto dallo spettatore) e l’accento ”aussie” degli attori è così forte da rendere l’opera totalmente incomprensibile agli stranieri, per l’uscita statunitense infatti viene completamente ridoppiata. Eppure il talento di Miller (che fa tesoro dei tanti incidenti stradali, a cui ha suo malgrado assistito durante la sua attività sulle ambulanze, in modo da riprendere al meglio gli stunt del film fino a  farli sembrare assolutamente autentici), l’affascinante atmosfera e il carisma del protagonista, fanno breccia nei cuori degli spettatori, guadagnando abbastanza da sancirne il successo e permettere un sequel.

Mad Max 2: The Road Warrior, contraddicendo la vecchia regola hollywoodiana che vuole i seguiti come sempre inferiori ai film originali, è in tutto e per tutto migliore del precedente capitolo. Il budget è stavolta all’altezza degli ambiziosi piani di Miller. La trama vede evolversi il personaggio di Max, smarrito nei deserti del Wasteland dove si trova a prendere parte alle sanguinose battaglie per il carburante. Il lato fantascientifico è decisamente più curato e una voce fuori campo spiega allo spettatore cosa abbia condotto il mondo al caos, gli epici scontri tra carovane di automezzi e i personaggi sopra le righe scolpiscono nelle menti degli spettatori l’iconografia dell’eroe vestito di pelle con l’inseparabile fucile cannemozze, dei punk/culturisti sulle motociclette, e delle automobili e camion e aerei corazzati con mezzi di fortuna sverniciati da anni e anni di tempeste di sabbia, dando i natali al mito. Il pubblico premia il film al botteghino e la critica lo acclama arrivando a descriverlo come la miglior pellicola del 1981, e ancora oggi detiene l’invidiabile percentuale di 100/100 su RottenTomatoes. Il grande successo porta chiaramente ad un altro episodio, ma stavolta i produttori tentano il tutto per tutto e mettono in atto il più truce dei metodi per portare più pubblico possibile in sala: trasformarlo in un film per famiglie. Tolta la violenza e le imprecazioni, Mad Max: Beyond the Thunderdome è il più monumentale dei tre, ma purtroppo anche il meno interessante. A causa della dipartita in un incidente aereo del co-sceneggiatore dei primi due episodi Byron Kennedy,  George Miller perde interesse nel progetto e si fa affiancare alla regia dal suo collaboratore George Ogilvie, dirigendo esclusivamente le scene d’azione, che infatti risultano quanto di più epico e memorabile, mentre purtroppo le scene di raccordo mostrano il fianco. Difetti a parte il film risulta comunque memorabile grazie ad alcuni personaggi particolarmente azzeccati, come Aunty Entity, interpretata da Tina Turner o il simbiontico Master Blaster, colossale guerriero costituito dall’unione di un gigante mongoloide e un astutissimo nano, nonchè da alcune trovate geniali, come l’arena Thunderdome che dà il titolo alla pellicola.

La storia di Max non si conclude, lasciando aperte le porte ad un nuovo episodio, che però non vedrà la luce che quest’anno, trent’anni dopo.Più volte annunciato, Mad Max 4 diventa una di quelle pellicole maledette la cui travagliata storia produttiva farebbe perdere le speranze anche al più caparbio dei fan. Nel 2001, dopo che negli anni precedenti Miller si è dato alla regia di film per bambini (Babe e il suo seguito) e Gibson si è affermato tanto come eroe d’azione (grazie alla saga di Arma Letale) quanto come abile regista (grazie al pluripremiato Brave Heart), sembra che finalmente debbano iniziare le riprese, ma gli attacchi dell’ 11/9 a New York spingono i produttori ad abbandonare il progetto, convinti che il pubblico americano sia troppo affranto per il cinema action. Nel 2010, dopo i guai di Gibson con la legge e la sua decisione di abbandonare il progetto, Miller non si arrende e punta su due attori giovani e bravi, Tom Hardy e Charlize Theron, usando l’escamotage narrativo di raccontare le avventure di un Max ancora giovane ambientando il film tra il primo e il secondo. Anche in questo caso però la sfortuna non manca, e il deserto australiano  scelto per le riprese è sconvolto da mesi di violenti temporali che lo trasformano in uno splendido campo fiorito, tanto visivamente suggestivo quanto improbabile come location per un film post-apocalittico.
Il regista però questa volta decide di impuntarsi, sposta le riprese in Namibia e, caso più unico che raro per il cinema odierno, riceve carta bianca dai produttori. Il risultato è questo:

In particolare Hardy ha raccontato in un’intervista che il deserto dove veniva girata la pellicola era a quasi un giorno di macchina dalla sede della produzione, e le tempeste di sabbia impedivano ai produttori di raggiungere in elicottero il set. George Miller ha potuto finalmente dirigere il film che desiderava, e assicura di averlo fatto vecchio stile, senza effetti speciali computerizzati e violento quanto basta per essere dedicato esclusivamente ad un pubblico adulto.
E’ sempre sbagliato giudicare un film basandosi su un trailer, ma indubbiamente il film sembra allettante. In ogni caso questo Mad Max: Fury Road è un film che dovremmo tenerci stretto, ultimo esemplare di una razza ormai estinta, quella dei grandi film costosi che nascono dalla passione di un regista che agisce liberamente secondo il proprio estro.
L’uscita è prevista per Maggio e io, personalmente, non vedo l’ora di vederlo.

Marco Fassetta

 

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