“Passione e costanza, il giornalismo è la mia vita” – intervista al direttore de La Stampa

21 aprile 2015. Il direttore del quotidiano La Stampa, Mario Calabresi, ha accettato di rilasciare un’intervista per The Password e noi ci troviamo davanti alla sede della redazione. La disponibilissima segretaria del direttore ci propone un tour dell’edificio, i cui nuclei sono due grandi sale circolari completamente occupate da una serie di scrivanie disposte a chiocciola. Questa è una di pochissime redazioni, o forse l’unica, ad adottare questa singolare geometria. In queste stanze i giornalisti lavorano insieme e dispongono di computer e di schermi televisivi per essere sempre aggiornati sulle ultime notizie. L’apparente casualità delle scrivanie nasconde invece una precisa gerarchia, con disposizione a spicchi, delle funzioni redazionali e delle tematiche di competenza.

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Veniamo poi accompagnate a Spazio La Stampa, un percorso espositivo che racconta la storia del giornale dalla sua fondazione ad oggi. Qui possiamo ammirare tutte le foto dei personaggi famosi in visita alla redazione, gli articoli sugli eventi epocali, tutti gli strumenti d’informazione (dal telegrafo alla macchina da scrivere, fino ai computer) e l’archivio storico.  Dopo quest’ interessante visita ci accomodiamo nell’ufficio del direttore e ci presentiamo, senza nascondere un po’ di emozione.

GDL: Direttore, qual è, secondo lei, la causa dell’allontanamento dei giovani dai giornali? Affiancare una versione online a quella cartacea – o sostituirla del tutto – può arginare questo fenomeno?

Io penso che sia quasi naturale che i giovani si siano allontanati dai giornali, se per giornali intendiamo i quotidiani di carta. Se si è abituati a ricevere le notizie, ma anche tutte le informazioni di cui si ha bisogno, come gli orari dei treni o dei negozi, sul telefono, è evidente che in quel telefono si cercheranno anche le informazioni. Questo non mi stupisce, ma mi preoccupa che per ottenere le informazioni i ragazzi non vadano sui siti dei giornali o che comunque ci vadano molto meno rispetto alle classi di età più avanzate, come i quarantenni e i cinquantenni. Penso che però questa sia una responsabilità dei giornalisti, che tendono a riproporre anche sul digitale delle strutture – dei modi di scrivere e di raccontare – troppo simili a quelli della carta. Ogni strumento ha le sue caratteristiche: se si vuole raccontare una storia digitale, bisogna raccontarla non solo con la parola scritta e con delle foto. Non si può riproporre in modo digitale ciò che nasce per il cartaceo, lo si deve fare in un modo più multimediale, dando un tipo di interazione fatto di audio, video, foto, grafiche, testi più incisivi, come nel dialogo di tutti i giorni.

C’è anche un secondo aspetto: in questi anni i giovani hanno molto messo in discussione le gerarchie tradizionali. La rete dà la sensazione che tutto sia orizzontale, che non ci siano più le verticalità, e le strutture informative tradizionali vengono vissute come molto verticali: dicono una cosa e tu la ricevi e basta. Secondo me in questo caso bisogna imparare a mettersi più in discussione e ad essere più aperti ad uno scambio orizzontale.

GDL: Visto che progetti come La Stampa in classe non hanno riscosso molto successo, quali altre iniziative proponete per far avvicinare i più giovani ai giornali?

Lei consiglierebbe la carriera giornalistica ai giovani?

Partiamo da questo: secondo me parlare di giornali e portare i giornali nelle scuole è una cosa positiva, perché dà un’idea dell’informazione come una cosa organizzata. Io penso che parte dei disagi, dei caos e dei populismi che ci sono oggi nelle società occidentali siano dovuti a questa informazione che spesso manca di contesti. Il giornalismo professionale è qualche cosa che è capace di darti contesti, che ti evita di perderti e ti dà un po’ più di tenuta nella società. Credo, quindi, che degli strumenti che organizzano l’informazione e che danno delle gerarchie, per quanto discutibili possano essere, siano utili e mi piace che i bambini e i ragazzi si confrontino con il giornale.

Io, sì, consiglio ai giovani di fare i giornalisti, però con la consapevolezza di dover essere giornalisti del loro tempo! Non si può pensare di cercare di entrare oggi in un giornale semplicemente perché si ha una buona scrittura, perché non basta. Il giornalista dev’essere qualcuno che sia capace di raccontare e di organizzare l’informazione, ma con gli strumenti di oggi. Voi giovani spesso raccontate le cose facendo una foto o un selfie e condividendolo su WhatsApp, ma non potete poi pensare che il giornalismo sia scrivere cartoline! Dev’essere raccontare attraverso immagini, video; ci vuole una riorganizzazione dell’informazione supportata dallo spirito critico, che è nel DNA del giornalista e che va sposato con le tecniche di oggi.

GDL: Perché su La Stampa non c’è più la rubrica sulla scuola?

Parliamo sempre di scuola; sostanzialmente si parla di scuola tutti i giorni: che sia l’università con l’amianto, che siano i problemi delle scuole con le LIM, le mense… La scuola ormai è un tema quotidiano, quindi una rubrica è una cosa sorpassata. Noi stiamo cercando di abolire qualsiasi tipo di rubrica, soprattutto sugli argomenti che di solito vengono trattati con costanza.

GB: Direttore, lei è piuttosto giovane per essere arrivato dove è arrivato. Qual è il segreto del suo successo?

Non saprei, mi viene da dire la curiosità e la passione. Essere appassionati significa essere costanti. Negli anni ho imparato ad essere costante e ciò vuol dire che avere talento non basta se non ti alleni. Io ho lavorato tanto e mi sono appassionato tanto, è un po’ la mia dannazione. Penso all’informazione da quando mi sveglio a quando mi addormento, non sono giornalista solo in orario di ufficio, ma sempre: qualsiasi cosa io veda per la strada è una notizia e la comunico alla redazione. È una professione che ho sposato veramente e che mi ha dato grande soddisfazione. Se uno si butta con passione nelle cose, gli altri lo sentono e questo ti aiuta ad avere credito. Più che un lavoro o uno stile di vita, è una vita. Per me il giornalismo è la mia vita. Ti faccio una battuta: penso che io fossi giornalista già da bambino, a 6 anni, quando passavo i pomeriggi nella portineria del mio stabile ad ascoltare tutte le storie del condominio e ad un certo punto mia madre proibì alla portinaia di farmi entrare, perché sentivo delle storie che non erano adatte a un bambino di 6 anni. *Ridono*

GB: Quale pensa che sia il miglior articolo che ha pubblicato da quando è direttore?

*Pausa di riflessione* Il miglior articolo che ho pubblicato sul giornale da quando sono direttore penso che sia il pezzo con cui Domenico Quirico ha raccontato la sua traversata su un barcone dalle coste del nord Africa fino al naufragio a poche centinaia di metri dalla costa di Lampedusa. Quando il giornalismo è capace di immergersi nelle situazioni e nella realtà per raccontarla, quello è ciò che fa la differenza.

GB: Quale notizia vorrebbe leggere sul giornale di domani?

*Lunga pausa di riflessione* Sono belle le notizie epocali. Quando Obama e Castro hanno aperto il dialogo dopo decenni di guerra fredda tra Stati Uniti e Cuba. La stretta di mano tra Iran eStati Uniti. Un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.. una bella notizia a sfondo calcistico.

GB: Qual è stata la decisone più difficile della sua carriera?

Ho avuto dei momenti molto duri qui a LStampa, per esempio nel momento più drammatico della crisi economica dei giornali,abbiamo dovuto fare tanti tagli; è stato molto faticoso. Ma il momento più difficile sicuramente è stato quando Quirico è stato sequestrato per 5 mesi in Siria. Non dormivo la notte e le mie figlie, di 7 anni, dicevano “al papà sono venuti i capelli bianchi perché gli hanno rubato un giornalista”. Pesare le parole che si scrivono, sapere e ponderare cosa dire e cosa non dire, sperando di riportare a casa un collega… è stata dura. Anche pensando e chiedendomi se avessi fatto bene a mandarlo, interrogandomi se fosse stata la decisone giusta averlo mandato comunque.

GB: Come ha influito la morte di suo padre sulla sua carriera?

Non tanto la morte di mio padre, quanto la campagna di stampa che portò alla sua morte, che fu diffamatoria e da cui venne costruito un capro espiatorio, mi ha dato una sensibilità maggiorenel pensare sempre che, quando si scrive una cosa, dietro c’è un essere umano; anche i protagonisti della cronaca sono esseri umani. Tendo a non fare mai campagne che colpiscono le persone umane, certo di denuncia, ma rispettando comunque la persona che c’è dentro quelle storie. Questo è ciò che penso di aver imparato dalla mia storia personale.

GB: Da direttore a direttrice, che consiglio mi può dare?

Di scegliere dei temi verticali e sviscerarli. Oggi è rischioso fare un po’ di tutto, si rischia di disperdersi e non fare bene nullaPuò essere utile quindi focalizzarsi su un tema e tirare fuori tutto su quel tema, con intorno il resto ovviamentecon le rubriche, le notizie di servizio eccetera, ma scegliere un argomento principaleper quell’uscita e analizzarlo fino in fondo; rendersi quindi un punto di riferimento, una fonte, un testo che serva come fonte di informazione e come riferimento per chi legge ma anche per chi poi potrebbe aver bisogno di scrivere altro su quell’argomento più avanti.

 

Ringraziamo ancora il direttore Calabresi per la sua simpatia e disponibilità.

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A cura di

Giulietta De Luca e Giulia Bobba


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