Una donna e le sue scelte

Tutti, uomini e donne, nasciamo, cresciamo, ci riproduciamo e conduciamo la nostra vita fino alla morte. Eppure ci sono momenti e scelte esclusivamente delle donne, che potrebbero appartenere ad ognuna di noi.

La scelta di abortire, di rinunciare a diventare madre è una di quelle scelte: difficile, dolorosa, grave e che non verrà mai dimenticata. È un momento in cui una donna in realtà è completamente sola, c’è solo lei con un enorme dubbio.

Fino al 1978 non c’era modo per nessuna di porre fine volontariamente ad una gravidanza: gli articoli 545 e segg. del codice penale recitavano

-causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545),
-causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546),
-procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547).
-istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

Ma dal 1975 la discussione sulla regolamentazione dell’aborto cominciò ad imporsi sui mezzi di comunicazione, specialmente dopo l’autodenuncia alle forze dell’ordine del segretario del Partito Radicale, Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro dell’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto, Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato clandestinamente degli aborti.
Dal 5 febbraio di quell’anno una delegazione, guidata da Marco Pannella e Livio Zanetti, presentava alla Corte di Cassazione una proposta di referendum abrogativo per gli articoli del codice penale che riguardavano l’aborto consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione e di incitamento a pratiche contro la procreazione.

Da quel momento partì la raccolta delle firme necessarie per ottenere il referendum, una raccolta che poteva contare sull’appoggio de L’Espresso, del Partito Radicale, del Movimento di liberazione della donna, Lotta Continua e di Avanguardia operaia.
Un lungo periodo di lotta per affermare il diritto della donna a decidere nella più completa sicurezza, senza sentirsi obbligata a mettere al mondo un figlio o a rivolgersi a vie clandestine e pericolose.

Con oltre 700.000 firme raccolte, il 15 aprile 1976 veniva fissato il giorno della consultazione referendaria e si apriva la stagione dei dibattiti, della ricerca di equilibri politici tra radicali, movimenti femministi, DC, PCI e PSI e cattolici.
L’Italia inizia in quell’ aprile del ’76 a dividersi tra “abortisti” e “antiabortisti”, tra chi lancia segnali allarmanti come le decine di migliaia di aborti illegali effettuati annualmente,
casi di donne che rischiavano di condurre gravidanze molto difficili e pericolose per se stesse e per i propri bambini, in seguito ad anni di lavoro in situazioni inquinate da sostanze tossiche.
Iniziarono sedute di politici che ricercavano la quadra, per rispondere alle istanze dei cittadini e di rispettare i diktat della Chiesa Cattolica.

Due lunghi anni di travagli e sotterfugi, di dubbi e noncuranza di certe personalità, in un’Italia che stava vivendo gli anni di piombo, un periodo difficile e duraturo che però imponeva un quesito estremamente importante per la società italiana:
una donna può scegliere di interrompere una gravidanza?

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Così recita il primo articolo della legge 194 del 1978, il cui secondo articolo chiarisce il ruolo dei medici, dei consultori; entro i primi novanta giorni di gestazione ignei donna può interrompere volontariamente la gravidanza quando:

accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4).

Ed oltre i novanta giorni l’aborto è possibile :

quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna(art.6).

Abbiamo dovuto aspettare fino al 22 maggio 1978 per regolamentare un diritto, ed ogni giorno questa discussione riemerge, vecchi e nuovi dubbi si accentrano come nuvole contro un diritto.

Siate donne, scegliete autonomamente.

 

Cecilia Marangon

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