E’ strano, ma c’è chi lascia New York

Al primo piano dell’unico palazzo esistente su Ellis Island c’è un salone. E’ una stanza ampia, soffitto alto, finestre grandi; luce. Tantissima luce. In fondo al salone sono adagiati due leggii, entrambi mostranti un quaderno aperto. Le pagine di questi sono spesse e giallastre, sudate, ognuna riportante una griglia. Su ogni riga, nella prima colonna, c’è un nome scritto con inchiostro nero, un nome sbavato, scarabocchiato, storto. Oppure una X. Anzi, tantissime X.

E su ogni nome, o su ogni X, c’era un sogno.

Ellis Island era il primo lembo di terra avvistato dai barconi diretti verso New York, 60 anni fa. La sua vista era sinonimo di lacrime, risate, felicità, paura; soprattutto, tanta eccitazione. Con lo stesso fermento ogni passeggero veniva introdotto nel salone, e invitato a trasferire il proprio sogno su quelle griglie, indicando l’occupazione che avrebbe ricoperto nella metropoli, dove e con chi avrebbe risieduto.

6525703973_38e9652d26_oNew York era la madre delle occasioni, il fulcro delle attività culturali, la terra promessa per una nuova vita. Soprattutto, era una certezza, l’assoluta convinzione che ogni desiderio era in grado di avverarsi. Nel momento in cui un italiano, spagnolo o portoghese metteva piede su Battery Park, sapeva che il proprio potenziale avrebbe trovato luogo per sbocciare e fiorire, per essere accettato, indipendentemente dalle proprie origini sociali ed economiche. Nessuno sarebbe stato giudicato, nessuno ignorato: New York abbracciava chiunque, dando a tutti una possibilità.

“Avevo la sensazione [..] che qualcosa di straordinario sarebbe successo ogni minuto, ogni giorno, ogni secondo. Proprio dietro ogni angolo si nascondeva qualcosa di curioso ed interessante, qualcosa che non avevo mai visto o fatto o saputo prima.”

La scrittrice Joan Didion arrivò nella metropoli via terra, ma la salutò con gli stessi occhi e la stessa emozione; la stessa speranza. Didion faceva parte della comunità di artisti, sempre più numerosa, che veniva attratta dalle luci di Times Square e, soprattutto, dall’incredibile attenzione che veniva riservata ai giovani artisti. In un ambiente in cui la creatività veniva venerata, scrittori, pittori, musicisti occupavano sempre più attici polverosi e bui monolocali. Ma la sistemazione non importava, perché quella era New York! Camminare in bilico sulla High Line, facendo attenzione a non cadere nei binari, osservando il sole tramontare dietro l’Empire State Building; mangiare pancake al lampone in un bar solitario di Williamsburg, con l’unica compagnia del proprio taccuino e di una penna quasi consumata; aspettare il semaforo verde insieme a migliaia di persone dalla pelle di mille colori, da mille paesi, su quel marciapiede per mille motivi; tutti all’ombra di mille palazzi che sfiorano le nuvole. Tutto questo non aveva prezzo.

Eppure, c’è chi se ne va. C’è chi si lascia alle spalle quello che in fondo è “il sogno americano dentro il sogno americano”, la città più venerata al mondo – “ma come fai ad andartene?”. Sembra incredibile, ma c’è chi lascia New York.

E il motivo alla base della maggior parte degli addii è sempre lo stesso.

Dagli anni 60, sempre più sogni hanno firmato su quella griglia e hanno occupato polverosi attici e bui monolocali; i palazzi hanno cominciato a sfiorare sempre di più le nuvole, e gli uffici ad essere sempre più pieni, i sogni a farsi più pesanti.

Il fatto che il fascino della metropoli avrebbe continuato ad attirare artisti affamati era una certezza. E questi ultimi avrebbero pagato qualsiasi prezzo pur di camminare sulla High Line, pur di mangiare un pancake a Williamsburg; pur di respirare quell’aria di possibilità e appartenenza.

“New York non era una città. Era invece un concetto infinitamente romantico, il nesso misterioso tra amore, soldi e potere, il sogno stesso luminoso e deperibile.”

Con questa consapevolezza, la scrittrice Joan Didion lasciò la metropoli nel 1967.

Ma questa idealizzazione continuò a rafforzarsi. Gli attici diventavano sempre più polverosi e i monolocali sempre più bui; soprattutto, l’affitto di ogni tipo di sistemazione continuava a subire un aumento. Ma niente di tutto ciò importava, perché quella rimaneva sempre la grande New York. E ha continuato a non importare.

Oggi l’affitto medio di un monolocale a Manhattan ammonta a 3200 dollari. I prezzi più bassi si possono trovare a Brooklyn Sud, intorno ai 1500 dollari. A un’ora di metropolitana dal centro della città.

Ma i costi esagerati non riguardano solo affitto. Partono da una birra media (8 dollari) arrivando all’abbonamento per i trasporti pubblici (112 dollari al mese), dalle sigarette (13,50 a pacchetto) all’olio d’oliva (16 dollari).

La Grande Mela si ritrova ad essere un buco nero che risucchia energia ed ispirazione, un muro alto ed insormontabile che infrange i sogni di giovani creativi, rovesciandogli addosso il secchio gelido di una realtà bruta e spietata, una realtà che brucia energia invece di crearne, che uccide il fermento culturale provocando stress e disperazione.

Chi resiste appartiene ai i due poli opposti del divario sociale ed economico venutosi a creare con il resto degli anni: il primo e ultimo gradino della piramide sociale. A New York è l’1% della popolazione a guadagnare il 45% del reddito totale della città: ed è a questi uno su un centinaio che la metropoli sembra parlare e tendere le mani, solo ed unicamente, spazzando via la creatività della classe media. Ovvero chi si ritrova a doversene andare.

“I soldi non stanno solo togliendo spazio agli scrittori; stanno escludendo le idee” scrive lo scrittore Andrew Sullivan sul Guardian, “se pensate che troverete stimolazione intellettuale, state pensando a un’altra era. Le conversazioni sono invariabilmente riguardo soldi, o proprietà, o scuole”.

Forse, oggi, New York è davvero solo un’idea. Quell’incarnazione un po’ malinconica di una speranza che non muore mai, di un futuro migliore, della possibilità di un nuovo inizio. David Byrne, musicista statunitense, ha dichiarato che “veniamo a New York per la possibilità di interazione ed ispirazione [..], di incontri casuali, di eventi che ci cambieranno la vita”. Forse è davvero solo la sensazione di comunità e di appartenenza che si respira tra i taxi gialli, voci, rumori, profumi al massimo volume. Forse è davvero solo quell’energia invigorente, quel fascino irresistibile delle pubblicità assordanti che illuminano Times Square a giorno, a qualsiasi ora.

Ed è un’idea astratta, irrazionale, surreale, ormai non più corrispondente alla realtà: ma meravigliosamente potente.

Il fascino di cosa era New York, cos’è e cosa potrebbe essere è estremamente fugace. Qualsiasi luogo può essere New York per voi. Dovete solo farlo diventare tale.
Paul Cantor

di Elisa Telesca

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