Bambini col Tablet: considerazioni sparse sui nativi digitali.

Ogni giorno nelle nostre vite si affaccia lo schermo di un pc, di un laptop, di un tablet o di uno smartphone; li usiamo per lavorarci, svagarci o comunicare. Viviamo ormai immersi in un mondo connesso e interfacciato quasi in ogni istante. Le nuove generazioni nemmeno sanno come fosse la vita prima di internet, noi quasi non lo ricordiamo e poco alla volta anche i nostri genitori lo stanno scordando.

Nativi Digitali, così siamo stati definiti da Mark Prensky, scrittore che ha individuato il sorgere di quella generazione che ha vissuto l’informatica come una certezza, una costante, non come qualcosa di nuovo e incomprensibile di fronte a cui trovarsi a disagio. In Ditgital Natives, Digital Immigrants, articolo pubblicato nel 2001, Prensky individuò nei nati dal 1985 la prima generazione di “Digital Natives”, coloro i quali hanno visto l’ingresso nelle case dei computer dotati di interfaccia grafica. Un secondo punto di rottura fu trovato nella “Google Generation”, i nati dopo il 1993, che già in età scolare avevano accesso a internet, sia dentro la scuola che al di fuori.

Queste date sono puramente indicative e basate principalmente sulla situazione negli Stati Uniti d’America; tralasciano, inoltre, i paesi in via di sviluppo, in cui PC e smartphone hanno preso piede in ritardo e non altrettanto capillarmente.
Per quanto riguarda l’Italia, l’avvento di internet è iniziato con un certo ritardo e ancora oggi subiamo il “Digital Divide”, cioè il divario fra chi ha effettivamente accesso alle tecnologie e chi invece ne è escluso, a causa di tecnologie di connessione obsolete e molto più lente del resto del primo mondo. Per noi, si può parlare di Nativi Digitali solo dalla fine degli anni ’90 e solo per quel che riguarda una parte della popolazione.

Chiariamo un punto: il nativo digitale non è automaticamente un genio dei computer, semplicemente non ha problemi nell’approcciarsi ai nuovi strumenti digitali. In poche parole si tratta di persone che hanno visto arrivare il loro primo computer da giovanissimi, che a scuola hanno fatto le loro ricerche su Wikipedia, che hanno preso in mano un cellulare per la prima volta in tenera età e che hanno trascorso l’infanzia con playstation o equivalenti.

Non sarà questo a definirli come competenti in una tecnologia. Sanno navigare su internet, ma quanti di loro sanno creare un sito web senza un “template” già pronto, o una piattaforma che gli crei automaticamente interfacce e impaginazione? Quanti di loro sanno smontare e modificare i programmi che accompagnano le loro giornate? Oppure quanti sono effettivamente consapevoli di ciò che c’è dietro le immagini sullo schermo? Soprattutto, viene da chiedersi, quanto crescere in mezzo a questa tecnologia influisce sullo sviluppo mentale di un bambino? Studiosi di pedagogia, psicologia e sociologia si confrontano da anni sulla questione. Vedendo bambini come anestetizzati di fronte al cellulare dei genitori, isolati dagli stimoli esterni, un dubbio si comincia ad averlo.

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Il problema, nella mia personale esperienza di nativo digitale e utente avanzato, è tutto nell’approccio. Il modo in cui ci si avvicina a una tecnologia determina a monte l’effetto che essa avrà sulla nostra vita. Il primo pc della mia vita risale a quando avevo 5 o 6 anni. L’ho avvicinato con grande stupore, sotto la guida dei miei genitori: prima vennero le immagini e i colori dei giochi, ma quasi subito incontrai programmi di editing testuale, di calcolo, di grafica. Vidi che quello schermo non era solo una scatola delle meraviglie o una nuova e più magnifica televisione; era un nuovo strumento con cui creare, con cui lavorare, con cui divertirsi e, scoprii più avanti, comunicare.

Molti invece si limitano a guardare contenuti, più che crearli. Troppo presi dalle proprie piccole meraviglie elettroniche per ricordare che non solo altro che strumenti, per immaginare il loro vero potenziale e la molteplicità delle loro destinazioni d’uso. La maggioranza non ricorda che siamo andati sulla luna con molta meno potenza di calcolo di quanta a loro basta a malapena per condividere uno stato su facebook.

Se non gli si mostra che uno smartphone può fare telefonate, il bambino non immaginerà mai che possa farci qualcosa di diverso dal giochino che lo intrattiene. Il fatto che un nativo digitale nasca con la tecnologia intorno, non implica che non gli serva una guida per imparare a usarla. Il problema non è che si cresca con il cellulare o il tablet, il vero problema è venirci parcheggiati davanti come se non servisse altro, invece che venire guidati a scoprire la completezza del mondo che aprono. Per arrivare a questo, serve un cambio d’atteggiamento da parte di tutti i cittadini dell’universo digitale. Invece di stupirsi e basta di fronte a una nuova dimensione della vita, bisogna trovare il coraggio di muovere dei passi e iniziare a sperimentare.

di Mario Corrado Auditore

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