Un torinese onesto

 

 

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Bruno Caccia era un uomo per bene, uno schietto e ligio al dovere. Nacque a Cuneo nel 1917 e si dedicò alla giurisprudenza, seguendo le orme di famiglia. Entrò in magistratura nel 1941, prima come auditore e poi come sostituto procuratore. Divise la sua vita professionale tra Torino ed Aosta. Non è un magistrato qualunque Bruno Caccia, o almeno non si occupa di episodi di semplice criminalità: siamo a Torino, negli anni settanta e quello che succede per le strade della città, durante gli scioperi e le manifestazioni va ad ingrandire quel libro della nostra storia che si intitola Anni di Piombo.

Aveva coordinato le indagini dei Carabinieri che portarono all’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini, due dei capi storici delle Brigate Rosse, ed era stato pubblico ministero nel processo al nucleo storico delle  BR.
In quegli stessi anni sono i giudici, i magistrati e gli avvocati anche a fare le spese di questa guerra tra estreme sinistre e destre e lo Stato: nel giugno 1976 muore sotto i colpi delle BR il Procuratore Generale della corte d’appello di Genova Francesco Coco, si era opposto alla trattativa con le BR durante il sequestro di Mario Sossi: nell’aprile 1977 un commando delle Brigate Rosse si appostò nelle vicinanze dello studio dell’avvocato Fulvio Croce, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino e avvocato d’ufficio di alcuni dei brigasti a processo.
Non sono anni semplici quelli in cui lavora Bruno Caccia.
Si occupa anche delle indagini su Prima Linea, organizzazione violenta di estrema sinistra che a Torino aveva una base forte, arrivando all’arresto di Roberto Sandalo e molti altri.
Ma non ci sono solo le organizzazioni estremiste a Torino, c’è anche la mafia, anzi le mafie.
Negli anni moltissime persone provenienti dal Sud Italia si erano trasferite in Piemonte per lavoro, al seguito di centinaia di lavoratori onesti, però si erano aggiunti anche diversi mafiosi.

Come le inchieste degli ultimi anni hanno poi dimostrato, è la ‘Ndrangheta la principale mafia presente in Piemonte ed è su di loro che Bruno Cacca comincia ad indagare.
È proprio per queste sue nuove indagini che la ‘Ndrangheta matura la decisione di eliminare il problema: il procuratore Caccia comincia a dare fastidio agli affari d’oro che stanno facendo in Piemonte grazie all’edilizia e alla ristorazione e se con questo Procuratore non c’è modo di parlare, allora sarà meglio provvedere in altra maniera.

La sera del 26 giugno 1983 Bruno Caccia è a passeggio con il cane, è una domenica sera e la scorta non si trova con lui. Si muove nelle vicinanze di casa quando una Fiat 128 gli si avvicina e due uomini gli scaricano addosso 17 colpi di pistola.
Le indagini si dirigono immediatamente verso gli ambienti di estrema sinistra; una telefonata anonima avrebbe rivendicato l’omicidio da parte delle BR, ma non è vero, è un depistaggio: i leader delle BR a processo e quelli di Prima Linea negano. Non sono stati loro ad ucciderlo. Gli inquirenti cominciarono ad investigare nel senso opposto, tra gli estremisti di destra, negli ambienti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, ma anche in questo caso le indagini si bloccano.
A questo punto i magistrati provarono a cercare altrove, forse la lotta politica non aveva nulla a che fare con quell’omicidio. Ma la mafia si. Il boss Francesco Milano, catanese trapiantato a Torino, accettò di collaborare e di registrate con un microfono nascosto le sue conversazioni con Domenico Belfiore, uno dei maggiori ‘ndranghetisti a Torino.
Belfiore, parlando con l’amico boss disse che il procuratore Bruno Caccia lo avevano ucciso loro, perché con lui non si poteva parlare e stava dando fastidio. Nel 1983 Domenico Belfiore venne arrestato e dieci anni dopo, nel 1993, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.

Chi siano gli esecutori non ci era dato sapere, fino a dicembre 2015. Nello scorso Ottobre la famiglia Caccia ha fatto denuncia al Tribunale di Milano perché il caso venisse riaperto. Se ne sono presi incarico il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il sostituto procuratore Marcello Tantangelo. La procura aveva individuato un sospettato e per accertare la pista ha utilizzato un metodo decisamente sorprendente: dopo che Domenico Belfiore ha ottenuto i domiciliari per gravi problemi di salute, la Questura di Milano ha inviato un copia dell’articolo sulla morte di Bruno Caccia de La Stampa con scritto dietro un nome ed un cognome: Rocco Schirippa. Questa lettera anonima raggiunse una limitata cerchia di persone e lì gli inquirenti ascoltarono le reazioni degli interessati attraverso le intercettazioni. Rocco Schirippa era già conosciuto per essere vicino a Belfiore, oggi ha 64 anni, originario di Gioiosa Jonica, ma da anni residente a Torino.
Per 32 di questi lunghi anni Rocco Schirippa è stato l’esecutore materiale dell’omicidio di Bruno Caccia. E oggi lo sappiamo.

Cecilia Marangon

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