Il Giardino delle Parole

Il debole rombo di un tuono,
il cielo carico di nubi.
Forse pioverà.
E allora, resterai con me?
dal Man’yoshu, Libro 11, verso 2,513

 

A chi ha sempre creduto che lo Studio Ghibli e Hayao Miyazaki fossero il top dell’animazione giapponese, voglio far conoscere Il Giardino delle Parole (titolo originale 言の葉の庭, Kotonoha no niwa) di Makoto Shinkai.
Uscito nel 2013, il film si è distinto all’evento degli Animation Kobe Awards dello stesso anno vincendo il Theatrical Film Award ed è stato presentato nelle sale italiane il 21 maggio 2014 dalla Dynit.
La trama del film è piuttosto semplice: Takao è un quindicenne che sogna di diventare carpentiere. Quando piove salta sempre la scuola, si reca agli Shinjuku Gyoen, i giardini nazionali di Shinjuku, e si siede sotto il suo gazebo preferito. Una mattina di pioggia Takao trova il gazebo occupato da una donna, e così i giorni successivi. I due iniziano a sviluppare un legame e decidono tacitamente di incontrarsi in quel giardino durante le giornate di pioggia.
Per questo film Shinkai prende ispirazione direttamente dal Man’yoshu, la più antica collezione di poesia giapponese del quale cita anche due tanka. L’amore romantico inteso come Koi (non scritto 恋 come nei kanji odierni, ma 孤悲, ovvero “tristezza solitaria”), ovvero la mancanza dell’altro, la voglia di rivedere la persona amata, è il tema principale del film. Takao si reca al giardino non più per piacere personale, ma sperando di incontrare di nuovo la sconosciuta con cui ha parlato.
La solitudine è un altro tema centrale. La donna misteriosa che va ai giardini quando piove si scoprirà essere una persona sola che, come Takao, ha deciso di saltare il lavoro durante i giorni di pioggia.
Terzo tema principale, che fa un po’ da background a tutta la vicenda, è la pioggia. La pioggia viene spesso vista come simbolo di tristezza, ma nella storia è invece l’elemento protettore di Takao e della sua amica; la pioggia li circonda e fa da scudo contro la realtà dalla quale i due personaggi vogliono sfuggire, mentre i giorni di sole vengono paventati poiché significano il ritorno ai problemi della vita quotidiana.
Nonostante la breve durata (appena 46 minuti), questo film è un piccolo capolavoro dell’animazione giapponese che si sta lentamente discostando dai canoni occidentali.

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Dettaglio di alcune foglie in una scena de Il Giardino delle Parole.

Il panorama dell’animazione occidentale oggigiorno è dominato dall’animazione in CGI come testimoniano Dreamworks, Pixar e Disney, il cui ultimo film in animazione tradizionale fu La Principessa e il Ranocchio del 2009; poche case indipendenti fanno ancora uso di questa tecnica in Occidente (si veda Song of the Sea uscito nel 2015, o The Secret of Kells del 2010, entrambi della Cartoon Saloon), ma in Oriente è ancora la tecnica prediletta per animare.
Per Il Giardino delle Parole Makoto Shinkai ha deciso di combinare insieme all’animazione tradizionale altre tecniche, quali il rotoscopio (una tecnica che permette di rendere più realistiche le animazioni) e il CGI, quest’ultimo utilizzato per creare un più realistico effetto di pioggia. Una grande attenzione è stata riservata agli sfondi, che comprendono per la maggior parte scene all’interno dei giardini di Shinjuku: metà di essi sono foto scattate da Shinkai stesso e ritracciate su Adobe Photoshop, mentre l’altra metà sono posti fittizi disegnati a mano e al computer.

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In alto lo sfondo ritracciato su Adobe Photoshop; in basso la fotografia originale di Makoto Shinkai.

È anche stato usato un nuovo metodo di colorazione che integra il personaggio con lo sfondo e simula la rifrazione della luce sulla pelle come avviene in natura.
Il prodotto finale è davvero ben fatto, un piacere per gli occhi che fa sperare in una nuova spinta creativa nell’animazione non solo giapponese.
La Disney ci aveva provato con Paperman, il corto del 2012 che aveva trovato una via a metà tra 2D e 3D, ma non è esattamente la stessa cosa de Il Giardino delle Parole.
Sarebbe bello vedere anche dei lungometraggi occidentali osare, innovare, inventare! L’animazione è fantasia e sfruttare esclusivamente il CGI è una grande limitazione alla creatività.

Federica Messina

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