Intervista a Mario Baudino, scrittore e giornalista de La Stampa

Mario Baudino è giornalista culturale per La Stampa. Torinese di origine e autore di diversi libri, tra cui il suo ultimo lavoro Il volo della farfalla. Questa settimana lo abbiamo intervistato per voi.

Lei ha studiato all’Università di Torino. Che tipo di studente era e che cosa si ricorda di quel periodo?
Era un altro mondo, era ancora l’epoca dei piani di studio liberi, quindi ognuno si poteva ritagliare il tempo per approfondire le materie di interesse. Eravamo un gruppetto di studentelli che pensavano di sapere tutto e attirati da professori molto carismatici. Bisogna poi dire che, a quel tempo, Torino era una città aperta alle novità e a ciò che accadeva in ambito letterario; era l’epoca della semiotica e si leggeva più saggistica che letteratura. Lettere era una facoltà particolarmente affollata e l’ambiente universitario era strutturato in modo piuttosto classista ed elitario: c’era chi voleva studiare, si impegnava e ne ricavava grande soddisfazione e ricchezza sia culturale che personale; ma c’era anche chi passava gli esami tanto per fare qualcosa, non portando a casa nulla da questa esperienza. Oggi l’università è diventata un prolungamento del liceo e ciò a molti non piace, ma credo che sia ugualmente utile, perché fornisce una preparazione di base che una volta era affare dello studente costruirsi.
C’erano esami di sbarramento, professori vecchio stampo e un’atmosfera molto bohémienne. Credo che però fosse un momento irripetibile, dopotutto era appena passato il ’68: vi era un clima vago e il ritorno all’ordine si percepiva ancora lontano.

Quale percorso ha intrapreso dopo la laurea e quali scelte sono state determinanti nel portarla dov’è oggi?
È stato grazie al caso se sono arrivato dove sono oggi. Dopo la laurea volevo restare all’università, cosa già allora molto difficile, oggi quasi impossibile. L’unico modo per raggiungere il mio obiettivo era andare a fare qualcosa all’estero e acquisire titoli per tornare. Feci domanda per un dottorato all’estero e intanto cominciai a collaborare con un giornale locale; arrivò la risposta per il dottorato: sarei poturo andare in Irlanda con una borsa di studio che copriva solamente metà delle spese, allora chiesi al giornale con cui collaboravo di finanziare la cifra rimanente. Rifiutarono di pagare le spese del dottorato, ma si offrirono di assumermi. Accettai e lì ebbe inizio la mia carriera giornalistica.

Oggi gli studenti universitari, soprattutto quelli appartenenti alle facoltà umanistiche, sono disillusi sul futuro. Che consigli sente di dar loro?
Il mio unico consiglio è quello di investire su se stessi, la competitività è aumentata, perciò bisogna essere sia preparatissimi che imprenditori di se stessi. Avere capacità di consulenza, di adattamento ed essere disposti a fare tanti lavori sono prerogative fondamentali. Un ingegnere o un chimico – con o senza conoscenze reali – ha delle capacità riconosciute e utili che il mercato richiede; trovare lavoro per un umanista è sempre più difficile perché la cultura ha sempre meno mercato;

Che consigli ha per quei giovani che scelgono/vogliono intraprendere la carriera di giornalisti? Qual è il più grande ostacolo per un esordiente?
Il più grande ostacolo per un esordiente è farsi conoscere, per il semplice motivo che al giorno d’oggi tutti quelli che si rivolgono a questo mondo sanno scrivere decentemente o per lo meno possono imparare delle accortezze. Trent’anni fa si distingueva tra i giornalisti, che scrivevano gli articoli, e i reporter – in gergo trombettieri – che erano cronisti totalmente analfabeti: andavano in giro in cerca delle notizie, poi telefonavano ai giornalisti e raccontavano i fatti su cui scrivere l’articolo. Alcuni trombettieri erano famosissimi, addirittura dislessici.
Il vero problema è che queste grandi industrie culturali sono cambiate: nel mondo dei libri un esordiente iniziava facendo vedere i suoi lavori alle riviste letterarie, di rivista in rivista conosceva qualcuno, trovava dei “protettori”, piano piano saliva e arrivava il primo libro. Idem nei giornali: trovava un contatto all’interno del giornale, cominciava con piccoli pezzi dall’esterno, piano piano si faceva conoscere e poteva sperare di ottenere un contratto. Oggi non è più così; si assume con prudenza e sono cambiati i rapporti di lavoro: ci sono infinite forme di contratto, perciò si rischia di rimanere precario fino a cinquant’anni.
Nel mondo dei libri è un po’ diverso, entrarvi è molto facile: oggi gli editori pubblicano una quantità smisurata di esordienti e il mercato è molto attivo, il grande scoglio è arrivare al secondo libro. C’è bisogno di una grande fiducia in se stessi, perché la vita del libro si è accorciata tantissimo: gli editori ne pubblicano moltissimi, sperando che di questi se ne venda almeno uno, perciò le delusioni arrivano dopo. Dopodiché c’è l’ingresso nel mondo dell’editoria, dall’altra parte della scrivania. Purtroppo nessuno campa di libri, per fare lo scrittore bisogna per necessità trovarsi un altro lavoro: è un hobby squisitamente letterario e chi scrive libri non lo fa per guadagnare. A meno che ci si trovi dall’altra parte della scrivania come editore, poiché l’editoria è un po’ più sana del mondo dei giornali, economicamente parlando: l’editore è come un produttore di lavatrici che guadagna se vende il suo prodotto. Il giornale invece guadagna se vende il prodotto di un terzo, cioè se vende la pubblicità. La sopravvivenza di un editore dipende dallo stato di salute e dalla condizione dei suoi lettori, per questo motivo l’editoria ha subito una crisi meno grave di quella dei giornali, senza contare il fatto che la rete non la minaccia più di tanto.

Valentina Ribba

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