Beppe Alfano, giornalista controcorrente

Esistono molti modi di fare giornalismo: esiste il giornalismo televisivo, quello radiofonico, quello online e il più classico su carta stampata; esistono molti tipi di giornalisti, divisi principalmente per le materie di cui si occupano, e poi esistono quei giornalisti che, proprio per come lavorano, diventano eroi. Senza volerlo essere, senza aspirare a divenirlo, alcuni di loro sono diventati eroi.

Beppe Alfano nasce nel novembre del 1945 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.
Studente della facoltà di Economia e Commercio nella città natale, dopo la morta della madre abbandona gli studi e si trasferisce nella provincia di Trento, dove lavora come insegnante di educazione tecnica alle medie.
Nel 1976 ritorna in Sicilia; appassionato di giornalismo, inizia a collaborare con alcune radio provinciali e con La Sicilia, per poi approdare in televisione su Canale 10 e su Tele News.
Alfano si occupa di uomini d’affari, di mafiosi latitanti, delle cosche del messinese e dei loro legami con le altre cosche mafiose dell’isola, di politica, appalti e massoneria.
L’8 gennaio del 1993, Beppe Alfano va alla stazione a prendere sua moglie Mimma, la lascia sotto casa, risale in macchina e si allontana.
Alle 23:20 i soccorritori raggiungono il luogo in cui qualcuno ha sparato tre colpi di calibro 22 al giornalista messinese.
Il processo si apre nel 1995; alla sbarra come imputati si presentano l’ex presidente di AIAS Antonino Mostaccio, il boss Giuseppe Gullotti e Antonino Merlino nel ruolo di esecutore materiale.
Dopo la sentenza di primo grado, che condannava solo Merlino a ventuno anni e sei mesi come assassino, il boss Gullotti viene condannato come  mandante dell’omicidio con l’aggravante mafiosa a trent’anni.

Le recenti rivelazioni di Carmelo D’amico, collaboratore di giustizia, potrebbero cambiare tutta la storia processuale dell’omicidio Alfano: “Ad uccidere il giornalista non fu Antonino Merlino, ma Stefano Stefanino Genovese” ha dichiarato  il collaboratore al pm di Messina, che ha poi disposto una nuova inchiesta sull’omicidio di Beppe Alfano e sul depistaggio durante le indagini.
La figlia del giornalista, Sonia Alfano, da anni denuncia le irregolarità e le stranezze giudiziarie che circondano il processo per la morte del padre: la pistola Colt 22, arma del delitto, che non è mai stata sottoposta ad un esame balistico e che solo nel 2011 verrà esaminata – e verrà dichiarato che  quell’arma non può aver ucciso Beppe Alfano. Sempre l’avvocato della famiglia Alfano, l’avvocato Repici, viene a conoscenza di un’altra Colt 22, nelle disponibilità dello stesso proprietario di quella mai esaminata, la quale sarebbe passata di mano (mafiosa o connivente) in mano.
L’avvocato della famiglia Alfano insiste sulla centralità di questa seconda Colt 22, mentre resta aperto anche un altro filone di inchiesta sull’omicidio Alfano: il Boss Nitto Santapaola trascorse la sua latitanza proprio nel barcellonese e Beppe Alfano lo sapeva e lo aveva riferito al pm Canali.

 

Cecilia Marangon