“Diario di un marocchino”: dal successo sui social al primo libro

Da qualche anno su Facebook è attiva una pagina, Diario di un marocchino, anche se più che di diario si tratta di pensieri. Brevi testi, talvolta solo qualche frase, che evocano un episodio, o un’emozione, o ancora una riflessione. Poche parole che hanno sempre una sorprendente forza evocativa, che assomigliano a piccole e perfette perle.

L’autore è Youssef El Hirnou, 24 anni, di origine marocchina e cresciuto in Italia, precisamente qui a Torino. Dopo che la pagina ebbe sempre più seguito, la casa editrice Book Sprint Edizioni notò il giovane autore e gli propose la stesura di un libro.

Il 17 febbraio è così uscito “Uè Africa!” Diario di un marocchino, primo libro di Youssef El Hirnou e romanzo autobiografico. In esso è raccontata – senza menzogne e decostruttive ipocrisie – la storia dell’autore, storia che, con riguardo al nucleo famigliare e all’integrazione in un Paese borghese, è probabilmente simile a quella di molti altri ragazzi africani venuti qui. Youssef ci racconta la sua vita fin dall’inizio, da quando i suoi ricordi si accendono su una Torino storica. Abitava nel sottotetto di un palazzo antico, assieme ai genitori e ai suoi cinque fratelli. In quella soffitta non arrivavano le tubature, quindi il loro bagno era sprovvisto di sciacquone, così come erano sprovvisti di riscaldamento. In altri appartamenti ricavati in quella soffitta abitavano altri nuclei famigliari nel medesimo stato di povertà.

L’autore ci racconta poi del trasferimento in una casa popolare, del difficile periodo delle elementari – in cui dovette mentire sul perché i suoi vestiti erano sempre gli stessi e perché non avesse il materiale scolastico, sopportando il disprezzo degli altri bambini – e del periodo delle scuole medie, in cui si costruì una maschera, e attaccò per non essere attaccato. Ci racconta il suo fallimento al liceo scientifico, la faticosa vita in fabbrica, la sua voglia di rivalsa, il suo amore-odio per i genitori, in particolare per il padre. “Assistendo” alla crescita di Youssef, si riesce a sentire la sua energia, a tratti violenta, che necessita di essere liberata. Non intende accontentarsi di logorarsi in fabbrica, ha bisogno di vincere, di realizzarsi, di migliorare la sua condizione di vita assieme a quella di tutta la sua famiglia. Intende lottare per questo scopo, e capiamo che il libro che teniamo fra le mani è una tappa del suo progetto.

A casa è sempre stato disprezzato il talento: esso è roba per teste leggere (…).

Oggi non è cambiato nulla: <<Mamma, io sono uno scrittore, la fabbrica non fa per me, voglio raccontare il cuore della gente, devo lasciare il lavoro.>> cerco di spiegarle pazientemente.

Ma la risposta è sempre la stessa, bocca socchiusa, leggermente spostata a lato e: <<Eh fai come vuoi, tu stai impazzendo.>>

Youssef non manca di parlarci di temi astratti e importanti, come il razzismo. Secondo lui la classificazione è un istinto che tutti gli uomini hanno, e non si può pretendere di eliminarlo. Se non ci fosse il colore della pelle, ci sarebbero altre cose, come ad esempio la statura. Quello che si può fare è cambiare la mentalità sia di chi discrimina, sia di chi viene discriminato.

È strano come il razzismo sia nella mente di chi ha paura di subirlo, mio padre e mia madre avevano la consapevolezza di un’inferiorità che si erano creati da sé.

Nel cuore di ognuno alberga una cellula razzista, ma sono gli esseri che ci circondano ad innescarne il meccanismo letale, non si può debellare il razzismo, caratteristica umana da sempre, si può modificare però la mentalità di chi è predisposto ad esserne vittima, in modo che nel cuore umano alberghi una cellula malvagia e non si corra mai il rischio di svegliarla.

Con Diario di un marocchino Youssef ci ha raccontato il suo cuore. Gli auguriamo ora di proseguire questa strada, e di raccontarci altre storie, altri cuori, di Africa e di Europa.

Silvia Gemme