Le “Stories” conquistano i social e la nostra vita… E non siamo mai soli

“Una volta avevo una vita. Ora ho un computer e una connessione wi-fi”
…e tanti, troppi Social Network.

Snapchat le ha introdotte per la prima volta. Instagram, Facebook e poi persino WhatsApp non hanno resistito: le “Stories”, ormai, sono ovunque, su ogni piazza virtuale della nostra epoca, su ogni social network.

Ed ecco che impazzano sul web foto, gif, brevi video con cui mostrare a tutti i nostri followers attimi della nostra vita quotidiana: da un semplice selfie ad un giro in macchina. Con un click entriamo in modo ancora più invasivo nelle vite di chi fa parte delle nostre cerchie, così come in quelle dei vip, sempre più appassionati (naturalmente) a queste tecnologie del ventunesimo secolo.

Le Stories, però, durano appena 24 ore: oltre le quali, i contenuti condivisi si cancellano automaticamente non sono più visualizzabili.

La ratio, del resto, di questo strumento dovrebbe essere proprio quella di fissare istanti di vita di una giornata – potenzialmente di ogni giornata – così da consentire a chi ci segue, a chi è nostro amico, a chiunque in qualche modo abbia un collegamento social con noi, di conoscere ciò che quotidianamente viviamo e condividiamo. Una sorta di diario mancante della più nota peculiarità di questa forma di scritto: è tutto pubblico.

Non più soltanto un post messo qui e là su Facebook, una foto di un luogo che abbiamo visitato caricata su Instagram, una faccia buffa su Snapchat né tantomeno una frase particolare su WhatsApp: adesso, con le Stories, tutti possiamo accedere alle vite degli altri, divenire spettatori delle vicende altrui e possiamo sentirci delle “star” le cui vite, ma soprattutto le cui più semplici vicissitudini giornaliere, interessano al mondo.

Se si narrava la leggenda di coloro che sui social riportavano i propri movimenti intestinali e passaggi al bagno quotidiani… beh, forse ora non è soltanto goliardia.
No, forse non vedremo foto compromettenti (almeno si spera!), ma sicuramente la tentazione di condividere ancora di più OGNI nostro evento quotidiano sarà sempre più forte.

Ma abbiamo davvero bisogno di far sapere agli altri, ogni giorno, cosa facciamo, cosa viviamo, come ci sentiamo? E perché?
Ma soprattutto, riusciremo a non farlo

I social network hanno fatto indiscutibilmente emergere il lato narcisistico di ciascuno di noi… la moda dei selfie ne è la prova.
Ma con le Stories si va oltre. La vita, mai come ora, è realtà solo se “virtualmente condivisa.

Quel film l’abbiamo visto anche se non lo facciamo sapere a tutti su Facebook? E quel viaggio l’abbiamo davvero fatto anche se non ci siamo mai “registrati in quel luogo”? E la nostra relazione sentimentale, addirittura, la viviamo, è reale, anche se non la condividiamo sui social? Oppure lo diventa proprio nel momento in cui tutti possono conoscerne i dettagli? Che sensazione proviamo al pensiero che qualcosa che ci capita non sia condivisa lì su?

Tutto questo è delirio? Forse. O forse no. Il più di noi si dirà sottovoce “Pff… quante assurdità in questo articolo”, ma in cuor nostro sappiamo che stiamo mentendo a noi stessi.

Ci sentiamo vuoti, ci sentiamo inutili, ci sentiamo non vivi, non presenti nel mondo, se non condividiamo. Un click, un’istantanea… tutto diventa sempre più veloce e scompare, man mano, alle nostre spalle dopo 24 ore.
Come se la giornata di ieri fosse subito da archiviare e dovessimo prontamente individuare nuove immagini cool e accattivanti della nostra realtà per conquistare gli altri. In una società, quella odierna, in cui la macchina distruttrice e infernale del “consumismo” più efferato non risparmia niente, dalle cose alle persone, tutto si logora, diventa noioso, rapidamente obsoleto… da cambiare.

Questa è l’epoca dei social, questa è l’epoca che voleva abbattere ogni distanza fra le persone: questa è l’epoca che ne ha creata una, sempre più incolmabile, con la nostra interiorità. Sempre più difficile riuscire a vivere da soli qualcosa, completamente in “segreto”. E più raro trovare qualcuno che ritenga preziosi quei frammenti di realtà, intimi, in cui siamo soli con noi stessi.

E allora le domande possono diventare ancora più assurde e paradossali: ma esistiamo anche se non ci siamo su quei social? Anche se la ricerca attorno alla nostra identità dà zero risultati su Facebook?

“Cogito ergo sum”, diceva Cartesio nel Settecento. E oggi… Social ergo sum?

Francesca Ranieri