Un lager nel 2017

Argun è un distretto militare a circa 15 km dalla capitale della Cecenia, Groznyj, un distretto limitare che è stato appena trasformato in una prigione, un campo di raccolta di uomini omosessuali.

Circa un centinaio di uomini sono stati imprigionati, di cui almeno tre pare siano già morti.
La Novaja Gazeta riporta le testimonianze di due sopravvissuti, secondo i quali gli imprigionati vengono stipati in 30, 40 persone per cella e sistematicamente torturati con manganelli ed elettroshock al di sotto della vita insultandoli come “Cani che non meritano di vivere”.
Raccontano anche di come vengano rintracciate le persone da arrestare: vengono creati falsi profili su alcuni social, attraverso i quali i “funzionari” di questo sistema chiedono appuntamenti ad alcuni uomini per poi arrestarli.
Una volta ad Argun li costringono a tenere i cellulare accesi in modo da individuare altre vittime.

Il presidente ceceno Ramzan Kadyrov ha smentito la notizia dichiarando:

Non si possono detenere e perseguire persone che semplicemente non esistono nella Repubblica Cecena. […] le forze dell’ordine non avrebbero bisogno di avere a che fare con loro, perché i loro parenti li manderebbero in un luogo da cui non c’è più ritorno.

Oltre alle scioccanti dichiarazioni del presidente della Repubblica Cecena, anche quelle del portavoce del Cremlino Dimitri Peskov non sono incoraggianti:

Se le forze dell’ordine, secondo alcune persone, hanno commesso azioni ritenute violazioni, allora queste persone possono utilizzare i loro diritti e rivolgersi a un tribunale. Non sono un grande esperto in materia di orientamento sessuale non tradizionale e non posso rispondere alla domanda in modo competente.

Ma oltre a queste dichiarazioni cosa resta?
Resta l’omertà dettata dalla paura raccontato da Tanya Lokshina del Human Rights Watch, resta la rete di emergenza creata dal Russian LGBT Network in collaborazione con la Novaja Gazeta, resta che nel 2017 ci sono uno o forse più campi di concentramento per gay, per soli uomini omosessuali.

Cecilia Marangon