Obamacare: l’ennesima specie in via di estinzione? Forse no…

Tra le tante stranezze presenti in natura, il sistema sanitario americano – perlomeno agli occhi di noi italiani, abituati al suo essere pubblico grazie alla costante presenza dello Stato – appare sicuramente come la più insolita e contraddittoria delle creature.

La prima incongruenza è certamente la presenza di una doppia “anima”, in quanto la sanità USA si compone contemporaneamente di assicurazioni private e programmi assicurativi pubblici. Questi ultimi a loro volta si basano su due differenti criteri:

  • Età: Medicare, programma nazionale di assistenza agli anziani, è universalmente valido per tutti gli individui oltre i sessantacinque anni, indipendentemente dalla fascia reddituale d’appartenenza;
  • Reddito: Medicaid invece è un programma finalizzato alla tutela di alcuni particolari soggetti quali per esempio famiglie con bambini, donne in gravidanza o disabili, purché il loro reddito sia inferiore a una certa soglia. A differenza di Medicare, questo è gestito in modo diverso dai singoli Stati, sebbene questi ricevano comunque un contributo federale idoneo a coprire circa il 60% delle spese.

Per tutto il resto della popolazione, quello che per esclusione non rientra tra le categorie tutelate dai due programmi pubblici, non resta che ricorrere alle assicurazioni private.

Importante è anche tenere a mente che il costo dei farmaci negli Stati Uniti è uno tra i più alti al mondo perché i singoli ne devono sopportare il prezzo per intero, laddove in Italia come in altri paesi lo Stato interviene pesantemente dal punto di vista economico, permettendo una notevole riduzione del costo al pubblico.

Questo delicato equilibrio fra pubblico e privato, fra piano statale e federale, trova una sua logica se inquadrato nell’ottica di quel federalismo “competitivo” che insieme alla dottrina della minor ingerenza possibile dello Stato sul piano economico e di mercato da sempre costituisce il carattere fondante e identificativo degli Stati Uniti d’America.

Viste tali premesse, il Patient Protection and Affordable Care Act (PPACA), legge per la riforma sanitaria promulgata il 23 marzo 2010 dall’ormai ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e meglio conosciuta con il nome di “Obamacare”, costituisce un elemento di innovazione e certamente di inversione di tendenza. Entrata ufficialmente in vigore nel 2013, essa ha introdotto:

  • il divieto per le compagnie assicurative di negare la stipula di polizze sulla base delle condizioni di salute del richiedente oppure a chi soffra di determinate patologie croniche;
  • incentivi fiscali affinché tutti i cittadini possano stipulare una polizza assicurativa e sanzioni per coloro che ne restino sprovvisti;
  • l’obbligo di contribuzione all’acquisto di polizze a favore dei propri lavoratori per i datori di lavoro titolari di imprese con più di cinquanta dipendenti;
  • un ampliamento della fascia di soggetti tutelabili da Medicaid (reso poi facoltativo per gli Stati da una sentenza della Corte suprema del 2012);
  • la possibilità per i giovani ancora a carico della famiglia di avvalersi dell’assicurazione sanitaria dei genitori.

Il tutto ha permesso di tutelare 32 milioni di persone in più e ridurre il numero di bancarotte individuali per spese mediche improvvise… all’ovvio e prevedibile prezzo di un aumento della spesa pubblica complessiva. Se a ciò aggiungiamo il fatto che la riforma venne approvata all’epoca senza il consenso del partito Repubblicano, è più facile capire come l’abolizione totale dell’Obamacare sia stata uno dei punti fondamentali della campagna elettorale dell’attuale presidente Donald Trump.

Peccato che, dopo un primo tentativo a maggio e un secondo a luglio, entrambi falliti complice l’assenza della maggioranza in Senato, ora anche la proposta di riforma parziale e moderata dei Repubblicani Lindsey Graham e Bill Cassidy sia affondata miseramente, ancora una volta grazie al voto contrario del senatore John McCain, anch’egli repubblicano.

I sostenitori della proposta Graham-Cassidy tenevano a sottolineare come questa favorisse una drastica diminuzione delle spese per il governo federale, introducendo al contempo criteri più oculati di distribuzione dei fondi in quanto grazie ad essa spetterebbe al governo dei singoli Stati la scelta su come investire i soldi ricevuti e quali programmi di tutela (mirati a certe fasce della popolazione piuttosto che ad altre a seconda delle necessità locali) con essi finanziare.

Ciononostante, se la Graham-Cassidy fosse passata sarebbero stati abbattuti molti pilastri del PPACA, perché sarebbe venuto meno l’obbligo per ogni cittadino di ottenere una copertura sanitaria, si sarebbe ridotto il numero dei soggetti tutelati grazie alla precedente espansione di Medicaid e soprattutto dieci tra le cure ritenute essenziali dall’Obamacare (e che dunque non possono comportare variazioni nel proprio piano assicurativo) sarebbero state declassate. Così facendo in casi per esempio di ricovero in pronto soccorso, disintossicazione da droghe o cura di patologie mentali o inerenti alla maternità le compagnie assicurative, previa autorizzazione dei singoli Stati, avrebbero potuto porre un limite concreto alle spese sostenibili durante la vita del paziente.

Tutti questi problemi, però, potranno essere momentaneamente accantonati, almeno per un po’, perché fortunatamente l’Obamacare, ancora una volta, pare essere sopravvissuta all’estinzione.

Valentina Guerrera

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