La rivolta del 1956

Il 23 ottobre 1956 intorno alle 15 alcune migliaia di studenti si radunarono e diedero vita a una manifestazione pacifica contro il regime retto da Matyas Rakosi, colui che impersonava il regime comunista sovietico in Ungheria. Di lì a breve migliaia di ungheresi, studenti e non, si uniranno alla manifestazione che presto di trasformerà in una vera e propria rivolta.

La folla si diresse verso il Parlamento e si fermò presso una radio, chiedendo che gli facessero leggere un loro proclama in 16 punti. Fingendo di accettare gli operatori della stazione radiofonica lasciarono entrare una piccola delegazione di manifestanti che però vennero prontamente arrestati dalla polizia. Venuti a sapere dell’arresto dei loro compagni, il resto della folla decise di occupare la sede della radio chiedendo l’immediata liberazione degli arrestati; l’AHV (la polizia segreta ungherese) rispose sparando sulla folla.
Quella stessa notte il partito comunista ungherese chiese l’intervento delle truppe sovietiche.

L’arrivo delle truppe sovietiche affiancate dall’esercito ungherese generarò una maggiore partecipazione alla rivolta: in molte fabbriche in tutto il paese nacquero consigli operai di stampo anarchico-sindacalista, L’esercito sovietico elaborò un piano per il contrattacco, ma molti tra i soldati e gli ufficiali ungherese erano dubbiosi riguardo all’efficacia di un’azione violenta contro la folla.
Alle 13:20 del 28 ottobre venne dichiarato un primo cessate il fuoco per portare avanti le trattative con gli insorti.
La tregua fu breve e già il 31 ottobre a Mosca Chruščëv si consultava con i suoi uomini per definire la mossa finale contro la rivolta magiara: il nome in codice di questa nuova missione di invasione era Turbine. 
Il 1 novembre i movimenti dei corazzati dell’Armata Rossa divennero evidenti all’intero del paese e a quelli confinanti, e alla richiesta di spiegazioni del governo ungherese, il presidente russo rispose in modo talmente poco convincente da portare l’Ungheria a chiedere aiuto all’ONU.

Il 2 novembre l’ONU mise all’ordine del giorno la questione ungherese, mentre al di là della cortina di ferro i leader ungheresi e russi trattavano per raggiungere una pace definitiva e il ritiro delle truppe sovietiche.
Il 4 novembre, invece, Mosca diede il via ad una seconda invasione dell’Ungheria con duecentomila uomini e quattromila carri armati, con una strategia che prevedeva l’uso coordinato di raid aerei e attacchi via terra. Gli obiettivi principali erano i consigli operai e studenteschi, i più strenui difensori della rivolta. Le azioni in risposta all’attacco sovietico, però, risultarono inefficaci e male organizzate.
Il 10 novembre, proprio i consigli operai e studenteschi chiesero il cessate il fuoco.

Le cause e i commenti su questa rivolta sono moltissimi e diversissimi tra loro, c’è chi sostiene che si sia trattato di una rivolta anarchica volta a fondare un sistema basato sui consigli dei lavoratori, chi sostiene che fosse la ricerca dell’autodeterminazione rispetto al Patto di Varsavia e all’Unione Sovietica; chi ancora che si trattasse di una rivoluzione nazionalista e reazionaria.

Ad ogni modo, quella iniziata il 23 ottobre del 1956 era una rivolta spontanea, nata da studenti e lavoratori che contagiò tutto il popolo ungherese e che cambiò il corso della storia magiara: negli anni a seguire si instaurò il cosiddetto comunismo gulasch o kadarismo dal nome di Janos Kadar, leader ungherese del dopo rivolta.
Un regime che introduceva il mercato libero e permetteva un tono di vita decisamente migliore che in altre repubbliche del Patto di Varsavia, rendendo poi il passaggio da nazione comunista a repubblica democratica (processo che inizia nel 1989 dopo la caduta del mura e l’iniziale disgregamento dell’URSS) meno traumatico che in molti altri paesi.

 

Cecilia Marangon

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