Quel che resta dopo la morte di Riina

Di Salvatore “Totò” Riina si è scritto e raccontanto quasi tutto: libri, film e serie televisive negli anni ci hanno descritto le atrocità di cui “il capo dei capi” è stato capace.

Quello di cui forse non siamo, o vogliamo, essere tutti completamente coscienti è il segno che la sua storia lascia in noi, in quanto paese e società.

Molti di noi non erano nemmeno nati durante la Mattanza, la seconda guerra di mafia che portato al comando i corleonesi, e forse alcuni di noi erano appena nati o troppo piccoli per capire e ricordarsi le stragi del 1992 e 1993, e abbiamo dovuto ascoltarle quelle storie, vedendo film, documentari, leggendo libri o facendo incontri sull’argomento a scuola.

Nell’episodio di Blu notte dedicato alla Mattanza, Carlo Lucarelli racconta un aneddoto per introdurre la figura di Totò Riina:

Totò si trova in un incontro con i suoi per progettare un attentato […]. Qualcuno dei suoi gli fa notare, rispettosamente e molta cautela, perché è difficile muovere un appunto a Totò Riina, che per compiere quell’attentato bisogna spare d’estate sulla spiaggia, e ci sono molti bambini. Ecco, potrebbero morire dei bambini. “E allora?” disse Riina, “anche a Sarajevo muoiono i bambini.”

Ecco, è in questa logica che dobbiamo guardare cosa è stato Riina nella storia recente.
Vanno sempre ricordate le stragi di cui era mandante e/o esecutore, non bisogna mai dimenticare le vittime che ha mietuto negli anni e come queste persone siano morte.

Tenendo a mente tutto questo, bisogna guardare ai legami politici che Totò Riina vantava e al processo per la trattativa Stato-Mafia. Per quanto riguarda la posizione di Riina, a livello legale non si potrà più contestargli nulla, ma tra ciò che emergerà dal processo e quel che si sa già, ci darà un’altra prospettiva sulla nostra evoluzione come paese.

Ricordandoci chi era Riina, dobbiamo anche accettare che lui fosse parte di una trattativa che vede coinvolte parti dello Stato e Cosa Nostra. A prescindere dal fatto che sia legale o meno trattare con mafia, bisogna farsi delle domande su chi dall’altro lato sia stato disponibile a parlarci.

Sappiamo di cosa fosse capace e sappiamo anche che non se ne sia mai pentito, che fosse orgoglioso del suo operato, che continuasse a minacciare dal 41bis.
Sappiamo che venne arrestato nel ’93, e sappiamo che il suo covo non fu perquisito dallo stato, ma ripulito dai suoi.
Sappiamo che sventrò l’autostrada e uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Sappiamo che 57 giorni dopo, un’altra bomba esplose in via D’amelio uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Casina e Claudio Traina.
Sappiamo che questa strategia continuò a Firenze e la strage di via dei Georgofili, a Milano con la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea in via Palestro, e con le bombe a Roma alle basiliche di San Giovanni in Laterano, e San Giorgio al Velabro.

Totò Riina si è portato con se tutto quello che non ha confessato, quello che non ha mai detto, ma ha lasciato un lungo elenco di morti, di legami indicibili con la politica e con l’economia.

La preoccupazione di molti è che con la sua morte sarà più semplice ottenere modifiche al regime del 41bis; si teme che morto il boia, si smetta di parlare di Mafia. Questo è anche una conseguenza delle azioni di Riina, pochi anni dopo le stragi del 92-93 sono nate nuove realtà sociali e lo Stato ha dovuto reagire.

Quel che resta dopo la morte di Totò Riina è la consapevolezza necessaria di chi si stia parlando, di quale visione avesse rispetto alla vita e al potere. Restano le vittime e i loro familiari, resta Cosa Nostra che non perderà tempo per riempire il vuoto.

Cecilia Marangon

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