Colpevole Suicida: ascesa e caduta di Slobodan Praljak

Un gesto molto teatrale, quello con cui Slobodan Praljak ha posto fine alla sua vita.
Dopo aver pubblicamente rifiutato la sentenza del tribunale dell’Aja, che in appello lo aveva condannato per crimini di guerra, ha ingerito del veleno che aveva portato di nascosto con sé in aula. Inevitabile la morte, ore dopo, in ospedale.

cro
Slobodan Praljak, pochi minuti prima di ingerire il cianuro che lo ucciderà

Ma chi è, o meglio, chi era, Praljak? Per cosa era stato condannato? E perché questo “suicidio in diretta”?

Slobodan Praljak nacque a Čapljina, in Bosnia-Erzegovina, esponente della terza più grande etnia del paese, quella croata. Nel corso della sua vita ebbe diverse carriere. Per qualche anno, forte di una laurea in ingegneria, esercitò la professione nel settore elettrotecnico. In seguito intraprese un nuovo percorso come regista, di documentari e programmi televisivi, arrivando nel 1989 a dirigere un film.

Nel frattempo, Tito era morto e senza il suo leader storico la jugoslavia cedeva alle spinte nazionaliste delle popolazioni che da secoli coabitavano i Balcani, divise per etnia e per fede. Con il supporto della Croazia (in quegli stessi anni divenuta indipendente), prese vita il Consiglio di difesa Croato, braccio armato dei nazionalisti Croati in Bosnia, con l’obiettivo di rivendicare, per il popolo croato, i territori della bosnia-erzegovina e scacciare l’etnia musulmana dalla zona – confusionario da comprendere, mi rendo conto, ma all’epoca etnie e stati erano effettivamente molto sovrapposti, mentre i confini risultavano poco definiti.
Qui iniziò la terza carriera di Praljak. Dapprima cofondatore dell’Unione Democratica Croata, poi Generale del Consiglio di difesa Croato, partecipò attivamente alla guerra, tra il 1992 e il 1994. Paradossalmente, l’episodio simbolo della sua partecipazione al conflitto, ovvero la distruzione del ponte vecchio di mostar, lo “Stari Most”, è l’unica accusa da cui verrà prosciolto, durante il processo di appello al Tribunale Penale Internazionale. E non perché non abbia ordinato di abbatterlo, ma perché delle varie decisioni a lui attribuite in sede processuale, era l’unica rivolta verso un bersaglio “militarmente valido”. Il resto è un elenco di massacri in nome di una “pulizia etnica”, in particolare contro i popoli di fede musulmana presenti sui territori bosniaci, vittime di uno sterminio sistematico.

Possiamo rispondere al perché abbia compiuto un tale gesto solo con supposizioni.
Un primo motivo potrebbe essere l’età del condannato. Praljak aveva 72 anni, e scontare 20 anni di pena avrebbe significato grandi chance di morire in carcere. Una seconda ragione potrebbe essere il desiderio di attirare nuovamente l’attenzione sulla propria causa, per quanto ormai abbondantemente sconfitta e stigmatizzata agli occhi del mondo intero. E da ultimo, per quanto puerile, potrebbe esserci il desiderio di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni, una volta realizzata la loro entità.
Ma è riuscito nell’intento, portando con sé le vere ragioni della sua scelta: non sconterà nemmeno un giorno della sua condanna.

Corrado Auditore

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