Le banned words di Trump: tra storia e linguistica

Nel dicembre 2017, negli USA, durante una riunione coordinata da Allison Kelly,  al cospetto degli scienziati e dei medici presenti al CDC (Centro di Controllo e prevenzione delle malattie), è stata presentata una lista di parole proibite nei documenti ufficiali per la preparazione del budget. Tra queste figurano: “vulnerabile”, “diritto”, “diversità”, “transgender”, “feto”, “basato sull’evidenza” e “basato sulla scienza”. Non è difficile pensare che dietro questo apparente assurda lista vi sia il governo di Trump. Nonostante lo scandalo del momento, anche sui quotidiani stranieri, gli ultimi articoli reperibili a riguardo risalgono circa al 20 dicembre, non dando, nessuno, ulteriori spiegazioni in merito alle parole bannate. Le motivazioni ufficiali rimangono tuttora celate e secondo alcuni giornali statunitensi si tratta in realtà di una grande bufala.

Quello che è interessante indagare, comunque, è l’importanza del linguaggio in una qualsiasi forma di governo. La lingua non è solo mezzo di comunicazione, ma anche veicolo di potere. Dai tempi più antichi, conquistando un popolo, la prima cosa da fare era imporre la lingua di dominazione. Spesso, sempre nell’antichità, vi erano racconti di timore verso le lingue indigene, perchè sfuggivano all’espressione dei parlanti e quindi alla comprensione dei più. Tutti i regimi totalitari si sono avvalsi della forza della lingua. 160610-irving-trump-Goebbels-tease_x6kcmb

Il regime di Hitler senza Goebbels, nominato direttore della propaganda nazista (attuando un controllo serrato su film, riviste, quotidiani, radio e manifesti) non avrebbe avuto sicuramente lo stesso effetto. L’uso della radio, in particolare, rese il programma nazista e il modo di esporlo particolarmente efficace, in quando il cervello si concentra meglio solo sul suono non accompagnato da immagini. Anche nel regime fascista di Mussolini il controllo del linguaggio fu fortemente incentivato, arrivando addirittura a quella che viene chiamata bonifica linguistica. Benito_Mussolini_coloredOgni nome di derivazione straniera andava “italianizzato”: nel 1940, in un clima di crescente xenofobia e di caccia ai forestierismi, l’Accademia dei Lincei  nominò una commissione col compito di esaminare i singoli termini stranieri e di proporne l’accettazione, l’adattamento o la sostituzione. Fra i linguisti maggiormente accreditati, Bruno Migliorini introdusse nella lingua italiana alcune parole destinate a restarci per sempre, come “regista” al posto di “régisseur” e “autista” per “chauffeur”. Per “film” venne adottata la parola “pellicola”, per apache “teppista”, per claxon “tromba o sirena”, “primato” per record, “slancio” per “swing” e negli alberghi i “menù” divennero “liste”.

Non è comunque lecito pensare di essere mai totalmente liberi nel linguaggio: ogni società civilizzata crea dei meccanismi di controllo linguistici. Gli eufemismi (dire “ci ha lasciato” piuttosto che “è morto“, “lucciola” per “prostituta”, “uccello” per “organo sessuale maschile”)  sono solo evidenze della tabuizzazione attuale del linguaggio, in un meccanismo difficile da spezzare, in cui nella realtà dei fatti, facendo parte di una società coesa e pregna di regole comportamentali non scritte, si è parlati dalla lingua.

Il tentativo dell’amministrazione del CDC, vero o fasullo che fosse, non è altro che un tentativo palese di dominio della comunità, imponendo regole linguistiche coatte per gestire al meglio situazioni ritenute sgradevoli dal governo. Non resta dunque che aspettare e vedere se il programma delle parole bannate avrà un riscontro oppure si risolverà nel nulla, in attesa di un’altra rivoluzione linguistica totalitaria.

Veronica Repetti

 

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