Il cibo del futuro: perché la carne in vitro fa parlare di sé

“Perché crescere un pollo intero per mangiarne il petto o l’ala, quando potremmo far crescere solo queste parti in un ambiente adatto?” si chiedeva Churchill nel 1931. Startup come Memphis Meats, Finless Foods e Mosa Meat potrebbero avere la risposta: sono i pionieri della carne coltivata in laboratorio, che sempre più spesso fa parlare di sé. Il procedimento è semplice: si parte da cellule muscolari prelevate da animali vivi, poi nutrite adeguatamente per favorire la crescita del tessuto. Si stima che da dieci cellule di maiale si potrebbero produrre 50.000 tonnellate di carne.

La necessità di un’alimentazione sostenibile è sempre più sentita. I dati dell’Eurispes indicano un aumento di vegetariani e vegani, dell’attenzione all’origine dei prodotti e dei reducetariani, che mantengono un’alimentazione onnivora riducendo tuttavia il consumo di carne.

Il forte impatto di quest’industria, infatti, è innegabile. Nel 2013 il 95% degli stock ittici del Mediterraneo era a rischio a causa della pesca mal regolamentata, ma il problema a livello internazionale è anche peggiore. All’overfishing si aggiungono i danni delle reti all’ecosistema marino e gli allevamenti fortemente inquinanti. Quelli terrestri non sono da meno: l’industria della carne occupa 1/3 della superficie del pianeta ed è tra i responsabili della deforestazione, della desertificazione e dell’impoverimento del territorio.

Ma carne e pesce restano una significativa fonte di nutrienti, non sempre facilmente sostituibile. Le soluzioni proposte sono tante: c’è persino chi considera gli insetti “la proteina del futuro”.

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Una delle polpette di Memphis Meats.

Per molti la carne coltivata rappresenterebbe un buon compromesso. Uno studio pubblicato su Environmental Science and Technology stima che la produzione in vitro potrebbe portare un risparmio dell’82% di acqua, del 99% di terra e una significativa diminuzione dell’emissione di gas a effetto serra rispetto alla carne prodotta in un allevamento convenzionale. Il progetto ha attirato l’attenzione di diversi investitori, tra cui Bill Gates e la Tyson Foods (quest’ultimo si occupa anche di allevamento tradizionale).

Nonostante il crescente successo, gli hamburger prodotti in laboratorio dovranno aspettare prima di poter essere considerati competitivi sul mercato. Il sapore della carne coltivata sta migliorando, ma non è ancora paragonabile all’originale a causa della mancanza di grasso e sangue. I costi di produzione sono ancora piuttosto elevati: il famoso hamburger presentato nel 2013 in una conferenza stampa a Londra costava 330.000 dollari, ma il suo creatore (Mark Post, fondatore di Mosa Meat) ha dichiarato che il prezzo è sceso a 80 euro al chilo.

Non tutti sono entusiasti all’idea di mangiare un prodotto fatto crescere artificialmente, la cui produzione richiederebbe in ogni caso un consumo di energia, ma il problema principale è dato dall’utilizzo del siero fetale bovino per favorire la crescita delle cellule. Oltre a costare circa 500 dollari al litro, il suo utilizzo non è cruelty-free. Uno dei fondatori di Finless Foods, Mike Selden, ha dichiarato di stare cercando un’alternativa: “Stiamo cercando di produrre cibo senza far del male agli animali, e questo fa esattamente l’opposto”.

Sebbene la strada sia ancora in salita i ricercatori sono ottimisti: Memphis Meats ha annunciato che entro il 2021 la “carne pulita” si potrà trovare nei supermercati. Il crescente interesse della popolazione nei confronti del benessere ambientale e animale potrebbe portare al successo operazioni come queste o, chissà, far nascere progetti completamente nuovi.

Valeria Quaglino

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