La caduta di Afrin

Per comprendere i recenti sviluppi è necessario avere presente la difficile situazione di Afrin, e per questo vi rimandiamo a un nostro precedente articolo. In breve, il 20 gennaio la Turchia ha dato avvio a una potente offensiva (“ramoscello d’ulivo”) contro il cantone di Afrin, una delle regioni che compongono il Rojava (Federazione Democratica della Siria del Nord).

La strategia della Turchia è stata quella di bombardare il territorio e attaccare via terra assieme a bande jihadiste alleate. Parecchi componenti di queste bande non sono altro che ex membri di Daesh (ISIS), riciclati allo scopo di invadere Afrin. All’inizio gli attacchi sono stati diretti soprattutto contro i villaggi del cantone, provocando lo spostamento di almeno 50mila persone dai villaggi alla città di Afrin (da cui prende il nome la regione). Dopodiché i bombardamenti si sono fatti più intensi su Afrin città: sono stati presi di mira, tra le altre cose, l’ospedale e l’impianto di depurazione dell’acqua, rendendo disastrosa la situazione umanitaria.

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Infine, a metà marzo, la città di Afrin è stata prima circondata e poi invasa. L’Amministrazione Autonoma Democratica del cantone di Afrin – tramite le parole del Co-Presidente del Consiglio Esecutivo, Osman Şêx İsa – ha annunciato la sua decisione di evacuare i cittadini per evitare massacri di civili. “Durante i 58 giorni di attacchi il nostro popolo e i nostri combattenti hanno formato una grande resistenza. Tutto il mondo dovrebbe sapere che hanno resistito a questa forza selvaggia con forte volontà. Tuttavia, l’esercito invasore turco ha continuamente attaccato i civili e negli scorsi due giorni molti bambini e donne sono stati massacrati, e le sotto-strutture di Afrin sono state demolite in maniera sistematica. Per evitare un disastro umanitario, abbiamo deciso di far evacuare i civili dalla città. La nostra lotta contro l’invasione dello stato turco e le forze oscure che usano il nome di “Esercito Libero” continua. Tuttavia, la guerra è arrivata a un’altra fase, con nuove tattiche per evitare un massacro di civili e per colpire le bande. (…) Le nostre forze renderanno ogni luogo un incubo per loro. La resistenza ad Afrin continuerà finché ogni centimetro di terra non sarà liberato e il popolo di Afrin potrà tornare alle sue case.” Vale a dire che le SDF, YPG e YPJ, intendono continuare la resistenza ad Afrin con metodi di guerriglia.

L’abbandono della città a seguito di questi eventi ha provocato un gran numero di profughi. Circa 300mila persone sono fuggite nelle regioni vicine, naturalmente impreparate ad accogliere un’ondata così massiccia di persone. Mancano i beni di prima necessità e qualsiasi aiuto internazionale. Da Afrin, intanto, arrivano immagini di saccheggi, nonché di arresti e torture di chi non ha abbandonato la città.

Tornando alla dichiarazione di cui sopra, prosegue dicendo: “L’ONU deve cessare la sua ipocrisia e prendere decisioni necessarie riguardo allo spargimento di sangue di Afrin e Ghouta Est. Dall’inizio degli attacchi, 500 civili, tra cui anziani, donne e bambini, sono ora martiri a causa del fascismo dello stato turco e più di 1030 sono stati i feriti. Oltre a questo, 820 combattenti SDF sono caduti martiri.”
Tra i caduti internazionali, ricordiamo Anna Campbell, ventiseienne di Bristol arruolatasi nelle YPJ e morta sotto i bombardamenti il 15 marzo.

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Di fronte a notizie del genere ci si chiede cosa possiamo fare, qual è la nostra utilità. Intanto abbiamo il compito – se non il dovere – di diffondere queste notizie: i notiziari hanno dato – giustamente – spazio alla tragedia umanitaria in Ghouta, ma poco a quella di Afrin. In secondo luogo, se vogliamo fare qualcosa di più concreto, possiamo sostenere la Mezzaluna rossa Kurdistan, unica a intervenire nel cantone e bisognosa di fondi per portare medicinali, kit di pronto soccorso, indumenti, pacchi alimentari.

Silvia Gemme

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