Il silenzio sulla lunga, faticosa resistenza di Afrin

Il 20 gennaio sono iniziati i bombardamenti dell’esercito turco nel cantone di Afrin (Siria del nord) nell’ambito di un’operazione chiamata “ramoscello d’ulivo”, diretta –a detta di Ankara– a cacciare i terroristi che lì risiedono. Con un solo particolare: ad Afrin non c’è nessun terrorista, a meno di non considerare tali i combattenti curdi, da sempre in prima linea nella lotta alle milizie dell’ISIS.

Cos’è e dov’è Afrin?

Afrin è uno dei cantoni che compongono la regione autonoma della Siria del nord: il Rojava (o Kurdistan siriano). Il Rojava è uno Stato de facto, a prevalenza curda, e dai curdi stessi strappato pezzo dopo pezzo al controllo dell’ISIS. Il cantone di Afrin –che prende il nome dal suo capoluogo– comprende 365 villaggi. Negli ultimi anni i suoi abitanti sono molto aumentati (a partire dalla cifra originaria di 400.000) a seguito dell’accoglimento ad Afrin dei fuggitivi da Raqqa, Manbij, Jarablus, al-Bab, luoghi noti per essere stati teatro di guerra e sofferenze.

Perché l’attacco della Turchia?

L’odio della Turchia nei confronti della popolazione e della cultura curda non è certo cosa recente. Le tensioni interne allo Stato hanno portato nel 1971 alla creazione del partito PKK (in Turchia illegale e considerato un’organizzazione terroristica). La vicinanza tra PKK e YPG (L’Unità di Protezione Popolare, forza armata del Rojava), l’astio per la cultura curda e la volontà di essere la potenza dominante sul territorio possono essere considerate le cause dell’attacco della Turchia alla regione di Afrin. A ciò si può aggiungere che il sistema che si sta creando in Rojava poggia su decisi principi democratici, mentre è noto che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si sta sempre più allontanando dai medesimi principi. Quanto poi al rispetto dei diritti umani –ammesso che possa esistere una democrazia non rispettosa dei diritti inviolabili dell’individuo– non ci esprimiamo nemmeno.

Qual è il bilancio dell’aggressione?

Le forze di difesa della regione di Afrin e il comandante YPG Sipan Hemo hanno dichiarato: “Se le nostre richieste alla comunità internazionale di prendere posizione contro le intenzioni della Turchia non si concretizzeranno, il nostro popolo non avrà altra scelta che resistere. Il nostro popolo accetta i confini comuni nel quadro del diritto internazionale. Tuttavia, gli attacchi della Turchia continuano. La nostra gente vede la resistenza contro questi attacchi come un dovere nazionale.” E di fronte al pressoché totale silenzio della comunità internazionale, così è stato.

Il primo raid aereo del 20 gennaio, a cui hanno partecipato (a detta di una dichiarazione turca stessa) 69 aerei da guerra, è costato la vita di sette civili e tre combattenti. Da lì in poi è stata un’escalation di distruzione: il 28 gennaio una combattente YPJ (Unità di Protezione delle Donne), Avesta Khaboor, si è sacrificata facendosi esplodere nei pressi di un villaggio, per fermare l’avanzata di un carrarmato turco. È probabile –secondo una dichiarazione dell’ospedale di Afrin, che ha riscontrato sintomi particolari nei feriti– che la Turchia abbia utilizzato armi chimiche contro i civili. Dall’altro lato, in Turchia, le voci critiche sono state messe a tacere tramite arresti di massa (giornalisti, scrittori, accademici, parlamentari HDP, avvocati).

Il bilancio delle vittime tra i civili al 14/02 è di 78 morti (fonte della Mezzaluna Rossa Kurdistan), tra cui 26 bambini uccisi dai bombardamenti tra il 20 e il 31 gennaio.

Aggiungiamo che durante un bombardamento è stato distrutto il complesso di Ain Dara, vecchio di tremila anni, famoso per i suoi leoni, le sue sfingi e le impronte della dea Ishtar scolpite nel pavimento.

Sono dell’altro ieri le notizie circa un dialogo tra YPG e Damasco, che ha portato (o porterà ipoteticamente) a un accordo militare allo scopo di fermare l’invasione turca. In ogni caso le autorità curde rassicurano che Afrin non verrà per nessuna ragione consegnata al regime siriano.

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Tempio di Ain Dara

 

Perché Afrin riguarda tutti noi?

Come i più attenti sanno, il 4 febbraio Erdogan è venuto in visita in Italia, dove ha incontrato il presidente del consiglio Gentiloni, il presidente della Repubblica Mattarella e Papa Francesco. Ovviamente i rimproveri per la situazione siriana ci sono stati… ma l’Italia è il terzo partner commerciale in assoluto di Ankara… è stato quindi necessario parlare principalmente di affari. E non commettiamo l’errore di pensare che altri Paesi europei avrebbero fatto diversamente: anche la Germania ha ottime relazioni con la Turchia, mentre la Russia, con tutta probabilità, ha prestato il suo consenso all’aggressione ad Afrin (dal momento che è responsabile dello spazio aereo su Afrin).

Vi offriamo una considerazione finale, e forse un po’ scomoda. L’Europa ha con la Turchia un accordo di gestione del flusso migratorio. La Turchia, dal punto di vista politico, è senz’altro un partner pessimo e fastidioso, ma è in grado di fare un’ottima guardia alla “Fortezza Europa”: è in grado di proteggerci dall’arrivo di ulteriori “straccioni senza un soldo” (e riguardo al modo in cui lo fa, che importa? L’importante è che lo faccia.)

Nessuno di noi è colpevole, ma nessuno è davvero innocente.

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Foto dalla manifestazione ‘Defend Afrin’ a Torino, 11/02. Ph. Luigi D’Alife

Silvia Gemme

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