Che fine hanno fatto i dialetti?

Che ne è oggi della pullulante diversità e vitalità dei dialetti nel nostro Paese? Gaetano Berruto

Attraverso i dati istat è facile affermare che la tendenza italiana generale sia la netta regressione del dialetto. A partire dai dati sulla scolarità, possiamo considerare gli anni fra il 1950 e il 1970 come il ventennio di svolta nell’equilibrio fra italiano e dialetto. Si invertì infatti nelle nuove generazioni il rapporto di lingua più parlata e diffusa a favore dell’italiano, che si sostituì al dialetto come lingua preferita, per ragioni di promozione sociale, nella socializzazione primaria. La maggioranza degli italiani sono da allora diventati effettivamente parlanti nativi di italiano.

In quel ventennio si è quindi verificata un’inversione dei «rapporti di forza» demografica esistenti in Italia fra dialetto e lingua nazionale e la situazione attuale in Italia si può rappresentare in questo modo:

  • Un 40% o più di monolingui italofoni
  • un 25-30% di bilingui ital./dial. a dominanza italofona
  • Un 25-30% di bilingui ital./dial. a dominanza dialettofona
  • Un 1-5% di monolingui dialettofoni

Per una corretta percezione del dialetto nella comunità parlante italiana, però, non ci si può basare solamente sul grezzo dato demografico, ma si deve tener conto anche della distribuzione dei dialetti nei domini d’uso e della sua vitalità linguistica.

In particolare, in che misura i nuovi ambiti comunicativi, le nuove tecnologie, i nuovi media, i nuovi modelli sociali che si sono succeduti e imposti nell’ultimo cinquantennio hanno agito sull’usabilità del dialetto? Qual è il posto del dialetto, prima nella società industriale e postindustriale, poi nel mondo della comunicazione, attualmente dominato dalle tastiere di computer e cellulari?

Certamente si è aperta e sviluppata in un breve lasso di tempo una serie di ambiti e tipi di impiego nuovi, prima sconosciuti e inimmaginati, dello strumento linguistico, che ha fra l’altro portato a un rimescolamento, se non a una rivoluzione, del rapporto fra lingua parlata e lingua scritta che abbiamo conosciuto per secoli.

Fra le testimonianze più curiose di usi forse imprevisti che il dialetto ha mostrato nel decennio trascorso, ci sono per esempio casi di un impiego dello stesso come lingua aliena in fumetti disneyani, mascherato e reso irriconoscibile sotto una diversa segmentazione delle parole.

ausa
In un’avventura, troviamo una presunta formula magica,
pronunciata dalla maga Amelia, consistente di una frase in piemontese:
ausa ‘namu raja!
[ausa ‘na muraja [‘awsa na my’raja] „alza un muro“];
Risulta indubbio, quindi, che siano compresenti oggi forme di vita diverse, e a volte poco comunicanti, di dialetto. Il dialetto può avere consistenza e valore, presso utenti diversi e in diverse situazioni, di effettiva lingua d’uso, oppure un valore espressivo-ludico, o un valore simbolico-ideologico, o ancora un valore museografico-folkloristico. E usi in queste funzioni coesistono nelle stesse situazioni, in un dinamismo di spinte diverse, a volte contrastanti, non facile da interpretare unitariamente

Molti fenomeni fanno pensare che l’atteggiamento verso il dialetto nel decorso ventennio sia decisamente cambiato, in un clima complessivo di allentamento della censura sociale nei confronti delle varietà locali, che risultano ora uno strumento a disposizione anche di parlanti semicompetenti, a fianco della lingua principale, l’italiano, per arricchire il potenziale comunicativo e la gamma di variazione personale.

Infatti è interessante valutare la rilevanza dell’apporto dei dialetti all’arricchimento lessicale della lingua nazionale nell’ultimo cinquantennio, che ha attinto a diversi termini dialettali ormai entrati nell’uso comune italiano (tra questi dal nord: besugo, gnucco, truzzo; dal centro: abbiocco, bonazza, sbroccare, tranvata; dal sud: cazziatone, femminiello, inciucio, tamarro)

L’italiano quindi sembra si stia configurando come un italiano composito, attraverso un processo di convergenza linguistica che porta a un’unitarietà di sfondo, grazie a nuove vie di diffusione nella lingua di fenomeni che perdono la marcatezza diatopica (differenziata per luogo) e acquistano marcabilità diafasica (differenziata per situazioni d’uso) e/o diastratica (differenziata per gruppi sociali).

Si può supporre, forse, l’avvento di un nuovo italiano, poco differenziato in diatopia, con l’unità linguistica pienamente realizzata presso le giovani generazioni, ormai quasi compiutamente di parlanti nativi? Purtroppo, trattandosi di evoluzioni in corso, non è possibile dare una risposta certa a questo quesito, ma saremo costretti ad aspettare.

Veronica Repetti

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Mauro De Candia ha detto:

    Purtroppo vige sempre più una tendenza a considerare il dialetto (ma anche alcuni meridionalismi) come “la lingua degli ignoranti”, e talvolta è proprio chi non ha studi superiori ad attaccare uno stigma al dialetto, mostrandosi disturbato dal suo utilizzo, quasi sentendosi “più colto” grazie al disprezzo del dialetto. Basterebbe imparare a distinguere tra lingua italiana da una parte (e sapere che nei compiti a scuola non bisogna usare il dialetto o meridionalismi, ma anche “nordicismi” – a meno di scrivere un racconto i cui personaggi usano la lingua locale) e dall’altra sentirsi liberi di usare serenamente la lingua locale in ambito colloquiale. D’altronde è solo per convenzione e per circostanze storiche che l’italiano è questo, non perché intrinsecamente “più puro” dei dialetti 🙂

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