Quanti migranti arrivano? E quanti muoiono?

In mezzo al marasma di tweet, di botta e risposta tra ministero degli Interni-UE, e di dichiarazioni contraddittorie, speriamo di fornire qualche punto certo sul tema migranti. In questo articolo si ragionerà molto per cifre e numeri: vi invitiamo a non dimenticare che si tratta di strumenti per comprendere un grande fenomeno e che ad essi corrispondono vite umane.

Quanti?

In Europa negli ultimi cinque anni sono arrivati quasi 2 milioni di migranti e in Italia, tra settembre 2015 e aprile 2018, sono sbarcate quasi 350.000 persone.1

Da dove?

Molte delle partenze – nella tratta del Mediterraneo Centrale, di cui parliamo adesso – che hanno come meta l’Italia si verificano dalla Libia. Secondo un’analisi di Lorenzo Pezzani e Charles Heller della Forensic Oceanography del Goldsmiths College (che, tra le altre cose, sgancia le ONG dalla responsabilità dell’aumento dei flussi) le principali cause delle traversate sarebbero l’aggravarsi del conflitto in Libia e altri fattori di spinta quali conflitti, dittature, pressione demografica, cambiamenti climatici. Pensando alla Libia, non dobbiamo immaginare uno Stato centralizzato come il nostro, bensì uno nel caos, tant’è che un ammiraglio (intervistato da Il Sole 24 Ore), parlando della guardia costiera libica, afferma di non sapere se si tratti di un organismo neutrale o in mano ai trafficanti di schiavi, e che in ogni caso ci sono più guardie costiere. In Libia l’Oim stima la presenza di 700mila migranti.

La risposta umanitaria italiana ed europea a questo fenomeno è partita nel 2013, anno prima del quale si salvavano i barconi che giungevano in prossimità delle coste italiane. Nel 2013, dopo l’affondo di un barcone davanti a Lampedusa che causò la morte di 368 persone, venne iniziata l’operazione Mare Nostrum, un’imponente e costosissima missione di soccorso davanti alla costa libica, che probabilmente costituì un invito alle partenze. Nel 2014 fu sostituita dall’operazione europea Frontex, nell’ambito della quale l’Italia si avvalse delle navi mercantili in transito nel Mediterraneo per il soccorso dei migranti, risarcendole dei costi sostenuti. In questo contesto si sono affacciate sulla scena le ONG, che prestano questo servizio senza costi per lo Stato.

Quanti morti?

Più sono le partenze maggiore è il numero dei morti in mare. Il picco si è raggiunto nel 2016, con un valore stimato di 5.143 morti in mare. A partire da luglio 2017, però, l’azione diplomatica e di intelligence italiana in Libia ha portato a una diminuzione del 77% degli sbarchi in Italia, con una contestuale riduzione delle morti in mare del 70%. Se il trend fosse rimasto questo, il numero stimato delle morti in mare da luglio dell’anno scorso ad adesso sarebbe stato di 1.258 morti.2

La situazione, però, non è rimasta immutata. Come sappiamo dai recenti fatti di cronaca, i porti italiani sono stati chiusi alle ONG, e diverse sono rimaste bloccate in giro per l’Europa per accertamenti. L’impatto a livello di vite umane è stato alto: nel solo mese di giugno il numero di morti e di dispersi in mare è salito a 679 persone. Infatti le ONG sono per forza di cose meno coinvolte nei salvataggi, i mercantili evitano di intervenire perché temono di essere bloccati per giorni in mare in attesa di un porto (come avvenne per l’enorme portaconteiner Maersk) e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né le competenze per coordinare i soccorsi.

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La scorsa settimana la ong spagnola Proactiva Open Arms ha navigato verso la Libia. Dopo aver trovato una donna e un bambino morti, e una sola donna superstite, ha denunciato la guardia costiera libica per non averli soccorsi.

Quali sono le difficoltà?

Una migrazione non è mai facilmente risolvibile. Innanzitutto i Paesi europei (specialmente quelli più gelosi della propria sovranità, ossia l’Austria e il gruppo Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) fanno resistenze a una gestione comunitaria del problema, che prevederebbe il ricollocamento dei migranti arrivati in Italia tra i vari Stati membri. Adesso questo avviene esclusivamente su base volontaria, perché è in piedi il Regolamento di Dublino.

Rimpatriare i migranti che non hanno ottenuto la protezione internazionale è facile solo a parole: ci vogliono accordi con i Paesi in cui “rimandarli”, che più sono instabili più tendono a non rispettare tali accordi o a non stringerli.

Aiutarli a casa loro” sarebbe molto oneroso. Ricerche recenti parlano di “gobba migratoria”: più il PIL pro capite di un paese povero aumenta, più l’emigrazione cresce, toccando un massimo quando viene raggiunto un reddito medio pro capite di circa 5.000 dollari annui; a quel punto il tasso di emigrazione torna a scendere. Ossia, bisognerebbe arricchire notevolmente l’Africa per far sì che le persone non ne fuggano. 3

Quello che è certo – e può piacere o non piacere, ma ciò non cambia il fatto che sia certo – è che i flussi migratori non diminuiranno. Infatti si stima che, entro il 2050, gli abitanti dell’Africa subsahariana raddoppieranno, e più persone significa anche più emigranti. Inoltre si sta delineando chiaramente la categoria dei “migranti ambientali”, i quali si spostano contestualmente all’aggravarsi del cambiamento climatico. 4

1 2 3 Dati del Fact Checking di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale)

4 Secondo il centro internazionale di monitoraggio degli sfollati, nel 2015 nel mondo c’erano 19,2 milioni di persone in fuga da siccità, alluvioni e catastrofi naturali

Silvia Gemme

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