Il lamento di Roth

Il 22 Maggio scorso il mondo ha perso un grande scrittore: Philip Roth. Era, nelle parole di Harold Bloom, “il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI”. “Le complesse influenze di Kafka e Freud e il malessere della vita ebraico-americana” e di malessere, nelle sue opere, ve n’era davvero molto. A cominciare dal famosissimo Il lamento di Portnoy, scandaloso ai tempi della sua prima pubblicazione, che racconta le inquietudini sessuali ed esistenziali di un ebreo-americano. Potrebbe essere un libro scritto da Woody Allen, ci sono tutti gli ingredienti del regista newyorchese: ebraismo, psicanalisi, attaccamento alla madre, nonché problemi sessuali e masturbazione.

Il sesso è una costante nelle opere di Roth, mai un sesso appagante ma sempre problematico, come ne L’animale morente, storia di un professore, David Kepesh, malato di desidero. Il nome della malattia? La florida e sensuale Consuela Castillo.

Nelle opere di Roth si trova spesso anche la morte. Descritta in termini iper realistici, nuda e cruda, senza religioni o paradisi d’appoggio, clinica e spietata, nascosta dietro ad ogni scintillante oggetto. Come in Everyman, il racconto di un uomo che… muore!

Philp Roth era ebreo e la sua millenaria religione è un’altra compagna di viaggio di quasi tutti i suoi romanzi. Soprattutto nel complesso e filosofico Operazione Shylock. La trama è surreale: un ebreo americano affitta una stanza al King David Hotel di Gerusalemme e propone pubblicamente che gli ebrei d’Israele di origine askenazita (la parte più consistente e influente dello stato) tornino in Europa. Un Theodor Herzl all’inverso, che chiama il suo programma «diasporismo». Il nome di quest’uomo è Philip Roth, come quello del suo autore, a cui assomiglia anche. Nel frattempo, il vero Philip Roth sta raggiungendo Gerusalemme. Un romanzo che lascia un senso di straniamento.

Roth è un critico dell’America, dei suoi eccessi e delle sue ipocrisie, lo si evince da numerosi romanzi e soprattutto da La macchia umana, dove il protagonista vede cadere il suo mondo di accademico stimato a causa di un’accusa di razzismo mossa da due studenti. Un magistrale Philip Roth contro l’isteria della political correctness. I lati oscuri della politica americana, sono affrontati dallo scrittore nei romanzi: Il complotto contro l’America, una distopia in cui gli Usa divengono alleati della Germania nazista, e Ho sposato un comunista, ambientato negli anni del maccartismo.

Uno dei più bei scritti di Philip Roth non è un romanzo e nemmeno un racconto, bensì un’intervista. Quella che lo scrittore di Newark, sottopose ad un grande ebreo ed italiano: Primo Levi. Più che un’intervista, un dialogo sulla shoah, il lavoro, la letteratura e la chimica. Due grandi ebrei, due grandi scrittori.

Davide Cavaliere

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