Hate speech: la guerra delle parole

Ora più che mai la parola costituisce una potentissima arma alternativa e silenziosa, ogni giorno si ferisce e si viene feriti, e certe volte, purtroppo, da semplici “battaglie retoriche” si sfocia in veri e propri conflitti armati. 

Di fatto viviamo in un’epoca in cui siamo sommersi da mezzi di comunicazione di ogni tipo e un abuso di tali strumenti può accecare le menti e intorpidire la razionalità. Gravissimi infatti sono i danni che gli uomini causano quando si impossessano avidamente di questi strumenti di potere, offuscati da un desiderio di superiorità che porta inevitabilmente a minare la libertà altrui. È come mettere nelle mani di un bambino un paio di forbici, l’inesperienza e l’impulsività possono causare soltanto rovina. Per evitare che quello strumento causi danni a chi lo usa e a chi gli sta vicino basta istruire il bambino sulla sua funzione e avvertirlo dei possibili danni che può causare. Al di là della metafora, è sempre bene contenere quell’irrefrenabile sete di egemonia tipica di chi sta al vertice della catena alimentare, specialmente perché di fatto si hanno già in mano tutti i mezzi per imporre il proprio dominio sui nostri simili e sugli altri esseri viventi. 

Insomma, tutto questo può essere spiegato attraverso il concetto di hate speech, che più precisamente indica il linguaggio dell’odio che si sta diffondendo come un cancro attraverso ogni possibile rete di comunicazione, dai giornali fino ai social media. L’hate speech è una malattia che va combattuta, è una lingua che nessuno dovrebbe permettersi di pronunciare, ma che purtroppo non si impara a controllare; deriva infatti dalla smania di controllo e soprattutto dall’ignoranza. L’uomo è avido per natura, ma la ragione dovrebbe intervenire e frenare questo impulso primitivo di supremazia.

Lo scopo di chi adopera questo tipo di linguaggio è quello di incitare all’odio e all’intolleranza verso determinate categorie da sempre discriminate, come determinati gruppi etnici e la comunità LGBT. Moltissimi sono gli esempi che incontriamo ogni giorno, ma il fatto più allarmante e spaventoso è che spesso il linguaggio d’odio viene creato in modo implicito e non siamo consapevoli di essercene imbattuti. Coloro che usano questo linguaggio, figure influenti come molti giornalisti e politici, sono dei veri e propri maestri della parola, e in poche frasi fanno innescare nei lettori meno informati e più condizionabili un sentimento di avversione (o ammirazione, a seconda del soggetto che si sceglie di colpire) inspiegabile. 

Chi degrada e violenta le informazioni che vuole trasmettere per condizionare il pubblico compie un crimine che va ben oltre il diritto di libertà di parola, perché è proprio da questo iniziale sentimento di disprezzo verso gli altri che nascono i conflitti più violenti, infatti l’hate speech è intrinsecamente legato al razzismo e all’omofobia.

Per individuare questo meccanismo e accorgersi  di come anche la semplice struttura di una frase possa influenzare il pensiero della massa e far nascere sentimenti di odio, per renderci quindi consapevoli di ciò che leggiamo, così da poter combattere questo subdolo strumento, citiamo l’esempio che il professor Federico Faloppa, esperto di hate speech, ha mostrato durante una conferenza. Si tratta di un articolo di giornale che riporta il seguente titolo “Due nordafricani ubriachi in strada travolti e uccisi da un’auto”. Il primo elemento del frame che notiamo sono i due nordafricani ubriachi, il giornalista ha deciso di evidenziare innanzitutto la loro etnia, il loro stato di ebbrezza e la loro centralità nel fatto di cronaca, compiendo un’astuta inversione dei soggetti, che sono le due vittime e non colui che li ha investiti. A prima vista potrebbe sembrare un comune titolo di giornale, ma come si è visto il messaggio che traspare dopo una breve analisi della frase porta a pensare che la colpa della morte sia delle vittime stesse e non dell’assassino!

Un’altro esempio riportato dal professor Faloppa riguarda invece molte delle immagini dei migranti che si trovano negli articoli, dove le persone vengono rappresentate come una massa informe, annullando così la loro individualità. Inoltre il fatto che spesso i loro volti non siano visibili e che vengano fotografati dal basso verso l’alto contribuisce a cancellare il sentimento di empatia e comprensione del pubblico, che è portato a vederli come una minaccia da debellare. Questo espediente non è affatto nuovo, ricorda infatti i volti dei soldati di Goya nel quadro “Il 3 maggio 1808”. Ma qual è il reale pericolo? Degli uomini armati o delle persone in cerca di aiuto? 

3-maggio-1808-goya-analisi1523723910282.jpg--gli_immigrati__per_meta__degli_italiani__sono_un_problema_barriera-di-confine-a-melilla-659078

Dopo aver individuato il framing, cioè il primo elemento che si percepisce e che imposta il nostro punto di vista, si ha il dovere di andare in profondità, perché come abbiamo visto il framing può essere manipolato, ed esso inoltre cambia in base al tipo di pubblico a cui ci si vuole rivolgere. L’essere umano ha il dovere di costruirsi una propria opinione: anche cadere nell’ignoranza è un crimine perché può portare all’incitamento di manifestazioni di odio violente. E’ importante essere consapevoli di quello che si legge e di come è facile manipolare e influenzare la mente altrui; la lingua e la parola hanno anche il dono di diffondere messaggi di pace e solidarietà ed è così che andrebbero impiegate.

Eleonora Grossi

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...