Forse non tutti sanno… cosa sia l’Esperanto e perchè valga la pena studiarlo

Le lingue sono organismi complessi, articolati, ricchi di storia e stratificazione, diversificati, spesso imprevedibili. Per dirla in una sola parola: vivi.
La molteplicità delle lingue è tanto affascinante, quanto ostacolante per una società sempre più interconnessa come quella odierna, alla costante ricerca di una comunicazione uniforme, efficace e standardizzata a cui sembra si possa rispondere solo tramite una lingua-ponte che unisca popoli e nazioni. Dagli anni ’70 circa, la risposta a questa esigenza venne affidata all’inglese, soprattutto grazie all’importanza assunta dagli USA come potenza economica, politica, militare e culturale e viene oggi mantenuta tramite il prestigio che ha assunto sul web.

Andando a ritroso nel tempo, comunque, è possibile individuare svariati tentativi di creazione di lingue pianificate (anche dette LAI, lingue ausiliarie internazionali) in grado di rispondere all’esigenza di una lingua unica. Quella che pare aver riscosso maggior successo, e che sta sopravvivendo all’inesorabile trascorrere del tempo, è l’Esperanto.

La lingua fu fondata ufficialmente nel 1887 dalla mente di Ludwik Lejzer Zamenhof, ebreo russo nato a Białystok in Polonia, mosso dal desiderio di creare una lingua artificiale che potesse unire i popoli nella pace, individuando nella diversità linguistica una delle principali cause di divisione umana e creazione di fazioni nemiche.

Zamenhof, per la sua storia famigliare, padroneggiava polacco, russo e yiddish, ma anche l’ebraico, insegnatogli dal padre. Frequentò inoltre il liceo classico a Varsavia, che gli permise di imparare anche greco, latino, francese, tedesco e inglese. L’esperanto, infatti, si basa su tutte le lingue che Zamenhof padroneggiava, giustapponendole abilmente per creare una lingua che avesse basi lessicali di ognuna di esse.

L’esperanto è una lingua agglutinante, ovvero una lingua composta da morfemi con significato unico e distinto che vengono “incollati” gli uni agli altri, rendendola di facile assimilazione. Per questo motivo, le classi grammaticali hanno una sola forma (i sostantivi finiscono in -o, gli aggettivi in -a, gli avverbi in -e, ecc…) rendendo la formazione di parole più immediata e, in quanto logica, facilmente schematizzabile da parlanti di lingue anche molto diverse tra loro.

Il movimento esperantista ha una storia travagliata. Essendo una lingua internazionale e promulgatrice di pace, i sentimenti nazionalisti che caratterizzarono le due guerre mondiali cercarono di ostacolarla (Hitler nel Mein Kampf riteneva che Zamenhof, ebreo, volesse fornire una lingua comune alla diaspora ebraica, mentre Stalin definì l’esperanto “la lingua delle spie”), arrivando anche a perseguitare gli esperantisti, che furono deportati nei campi di concentramento insieme a ebrei, neri, omosessuali e rom. Nonostante questa triste parentesi storica che segnò necessariamente un arresto nel movimento, nel 1954 avvenne l’instaurazione di relazioni tra Unesco e UEA (Universala Esperanto-Asocio) e il riconoscimento da parte dell’Unesco dell’affinità tra scopi e ideali del progetto di Zamenhof e quelli dell’organizzazione. Nel 1985 l’Unesco invitò a introdurre l’esperanto nei percorsi scolastici. Due anni dopo l’UEA entrò in relazioni consultive con il Consiglio d’Europa.

Si stima che i parlanti oggi siano tra i 100.000 e i 2-3 milioni (100.000 lo parlano fluentemente e 2-3 milioni l’hanno studiato). La sua maggiore diffusione oggi si deve sicuramente a internet: sia Google sia Facebook consentono da anni di impostarlo come lingua predefinita, la Wikipedia esperantista è quella più grande tra quelle in una lingua artificiale (ha 254.799 voci e 567.207 pagine) e Duolingo, famosa app di apprendimento di lingue, ha un corso di esperanto.

Veronica Repetti

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