Green Book: un Oscar meritato o l’ennesimo film politicamente corretto?

Negli ultimi anni c’è stato un crescente tentativo di diffusione di tematiche quali la tolleranza e l’accettazione della diversità in diversi ambiti, e anche il cinema, infatti, sembra essersi spostato verso questa direzione. Il riscontro più concreto che segna questo cambiamento di rotta nell’universo cinematografico sono proprio gli Oscar, e in particolare i premi assegnati a determinati film, che in questa prospettiva assumono un significato etico e morale. Attraverso questo potente mezzo di comunicazione, servendosi in particolare del premio cinematografico più celebre e antico del mondo, si vuole portare lo spettatore ad una riflessione concreta sull’attualità e sui problemi della nostra epoca.

Non solo il cinema, ma anche tutte le altre arti hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella circolazione di idee e nell’ambito della sensibilizzazione, ma al giorno d’oggi è forse ancora più essenziale servirsi di tali mezzi per provare a raggiungere risultati concreti. Un esempio sono appunto gli Academy Awards più recenti: nel 2018 “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro si è aggiudicato ben quattro premi Oscar, mentre “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino ne ha vinto uno per la miglior sceneggiatura non originale. Quest’anno Spike Lee ha ottenuto un premio con “BlacKkKlansman” e Peter Farrelly con il suo “Green Book” si è portato a casa la statuetta per il miglior film, miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista (Mahershala Ali). Ma cos’è che mette in relazione tutti questi film? Ad aggiudicarsi tutti questi prestigiosi riconoscimenti sono proprio delle storie che parlano di diversità, omosessualità, razzismo e integrazione.

Nel panorama hollywoodiano, però, non è affatto semplice trattare argomenti così controversi, spesso infatti si rischia di cadere nel “politically correct” che porta a banalizzare e appiattire un messaggio più profondo e complesso. È questo il dubbio che sorge spontaneo dopo la visione di “Green Book”, una commedia impegnata che si assume la responsabilità di denunciare il razzismo dilagante basandosi su fatti realmente accaduti nell’America degli anni ’60. È la storia di un musicista afroamericano, Don Shirley (il premio Oscar Mahershala Ali), il quale assume come autista privato un buttafuori italoamericano, Tony Vallelonga (interpretato da Viggo Mortesen). Il primo elemento degno di nota è il rovesciamento dei ruoli, perché specialmente in quell’epoca, e ancor più nell’estremo sud degli Stati Uniti, vedere un benestante pianista di colore scortato da un autista bianco e poco istruito era a dir poco sconvolgente. Don è consapevole dei grossi rischi che corre in un ambiente così profondamente razzista, ma decide ugualmente di suonare la “musica dei bianchi”, come quella di Beethoven e Chopin, di fronte ad un pubblico di bianchi altolocati che lo rispettano solo quando si trova sul palco, in quanto musicista eccellente e non in quanto essere umano. Per evitare di incorrere in situazioni di pericolo i due protagonisti devono seguire un itinerario pensato appositamente per viaggiatori neri, il Green Book, nel quale sono segnati gli hotel in cui le persone di colore possono soggiornare. La caratterizzazione dei personaggi è chiara sin dall’inizio: da una parte abbiamo un colto e facoltoso pianista che sembra disposto a tutto pur di affermare la propria dignità di artista ed essere umano, arrivando ad adottare un comportamento rigido e superbo, dall’altra invece abbiamo un uomo razzista e pragmatico, con i classici valori tradizionali della famiglia e del lavoro e che non riesce a trattenere la rabbia che sfoga con la violenza.

Il film prova timidamente a trasmettere agli spettatori un messaggio che a tratti sembra essere più grande di lui, sono poche le scene davvero memorabili e di forte impatto comunicativo, ma questo è dovuto al fatto che in una commedia è difficile prendere in esame una tematica così forte in modo esauriente. Green Book ha delle piccole note di merito che sono comunque degne di nota, ad esempio oltre a mettere in discussione gli stereotipi sulle persone di colore, che tutt’ora non sono stati abbattuti, accenna anche a un altro problema attuale, quello del ruolo della donna in un mondo dominato da figure maschili, in più in una scena del film si fa anche un breve cenno all’omosessualità, ma anche in questo caso si tratta di un debole tentativo. Il vero “traguardo” di questo film è il tipo di rapporto che si va gradualmente ad instaurare tra i due personaggi: entrambi impareranno a porsi sullo stesso livello e a mettere in dubbio le loro convinzioni, abbattendo molti pregiudizi, in un climax ascendente di consapevolezza da entrambe le parti, che sta a indicare la fondamentale uguaglianza tra tutti gli esseri umani e l’importanza del confronto e dell’apertura. Nel complesso bisogna riconoscere che Green Book, per quanto il dubbio del politicamente corretto rimanga irrisolto, brilla di una sua flebile luce che, nonostante illumini debolmente, ha senz’altro contribuito nel percorso che il cinema e i media del mondo contemporaneo in generale hanno deciso di intraprendere. 

Eleonora Grossi

 

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