Johnny Depp e la macchina del fango

Chi non vorrebbe essere Johnny Depp? Attore iconico, feticcio di Tim Burton, passato alla storia con diversi ruoli uno più inimitabile dell’altro, possiede addirittura un’isola privata nei Caraibi. Eppure, negli ultimi due anni circa, l’attore si è trovato più volte in un’aula di tribunale che sul set di un film. Per quale motivo uno degli attori più talentuosi di Hollywood sembra esser stato accantonato?

È il 21 maggio 2016 quando l’attrice Amber Heard, allora moglie di Johnny Depp, chiama il 911 per denunciare violenze domestiche da parte del marito: afferma che Depp, ubriaco, l’abbia picchiata, che abbia spaccato bicchieri, bottiglie e mobili in preda ad un raptus. Una volante della polizia arriva sul posto, non trova Depp in casa, ma la sola Heard, che verrà portata in centrale per firmare una deposizione. Nei giorni successivi Amber Heard posta alcune foto del suo volto tumefatto e un video in cui Depp, palesemente ubriaco, distrugge mobili in casa come un tornado.
L’opinione pubblica, giustamente, insorge contro quello che sembra essere un mostro. Le proposte di lavoro diminuiscono, le grandi major si tirano indietro per paura di sporcare il loro buon nome con quello di Johnny Depp, che dal canto suo ha sempre respinto fermamente tutte le accuse.

Facciamo un salto avanti nel tempo, fino a inizio marzo 2019. Nel frattempo, Amber Heard ha avuto un ruolo di coprotagonista nel blockbuster Aquaman e Johnny Depp, dopo un anno di magra, sembra essere tornato a lavorare regolarmente, nonostante molti abbiano boicottato il film “Animali Fantastici 2” per la scelta dell’attore nel ruolo di Gellert Grindelwald.
I due, ormai ex-sposi, in tutti questi anni non hanno mai smesso di incolparsi vicendevolmente, senza mai però fare apertamente il nome dell’altro.
Finché, in questo clima di apparente calma, i legali di Johnny Depp hanno deciso di intentare una causa da 50 milioni per diffamazione contro l’ex moglie, depositando svariate prove presso il tribunale, tra le quali fa capolino un documento di una trentina di pagine in cui viene smontata l’accusa di Amber Heard. Ed ecco che quello che era il mostro, sembra essere in realtà la vittima.

Si scopre che quella sera del 21 maggio 2016 i poliziotti che hanno risposto alla chiamata dell’attrice non hanno trovato Depp in casa, nessun segno di colluttazione o coccio di vetro in terra, come se fosse una serata qualunque; che il video dell’attore furibondo e ubriaco, montato a regola d’arte, risaliva a quando Johnny Depp aveva appreso della morte della madre; che i lividi nelle foto con cui si denunciava la violenza erano, dopo un esame attento, semplice trucco; che Amber Heard aveva confessato sotto giuramento che tutta la faccenda era una montatura per favorire un avanzamento della carriera ai danni di Johnny Depp.
E infine si scopre che l’attore era stato preso a pugni e bottigliate dall’ex moglie, anche di fronte alla security o ad amici in diverse sfuriate, durante una delle quali Johnny Depp aveva addirittura subito il distaccamento delle ultime due falangi del dito medio (riattaccate con un intervento chirurgico).

Quale sia la verità, chi sia l’effettivo “mostro” in questa faccenda, verrà deciso dal giudice basandosi sui documenti, sugli 87 video delle telecamere di sicurezza della villa portati come prova dagli avvocati di Depp, sulle confessioni, sui verbali della polizia e di esperti. La nostra intenzione in questa sede non è quella di incolpare qualcuno o scagionare qualcun altro, ma quella di dimostrare, con un caso concreto e che riguarda una personalità del mondo dello spettacolo, che la violenza non conosce genere. Solo nel nostro paese, una ricerca effettuata nel 2012 su un campione ristretto di individui ha evidenziato che circa il 24% degli uomini ha subito nella vita una violenza fisica, il 18,7% una violenza sessuale e quasi il 30% una violenza psicologica.
Il fatto che se ne parli poco, o che il problema non venga percepito come reale, deriva probabilmente dalla reticenza che molti hanno nel denunciare queste violenze, con il rischio di essere etichettati come “deboli”. Come in ogni problema, il primo passo verso la soluzione è ammettere che la violenza è violenza, e che non conosce colore o genere o età.

Luca Negro

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