Parole che offendono – Michela Murgia a Biennale Democrazia

Si è da poco conclusa la sesta edizione di Biennale Democrazia: manifestazione torinese che promuove e diffonde cultura attraverso iniziative intense e coinvolgenti rivolte all’intera cittadinanza (e che, aggiungerei, proprio quest’anno ha visto la stessa redazione di The Password protagonista in una di queste). 

In apertura dell’ultima giornata, si è svolta la conferenza Parole che offendono, a cura della scrittrice Michela Murgia e con la partecipazione di Luca Sofri. Tema principale: ovviamente le parole e il loro uso; nello specifico, le parole che – pur condividendo la stessa sfera semantica – conducono a visioni divergenti. Michela Murgia ha preso in considerazione e analizzato cinque coppie di parole, efficaci a comprendere il fenomeno prima accennato, che caratterizza la “deriva comunicativa” attuale, mai prima di adesso così evidente. 

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AVVERSARIO ≠ NEMICO

In democrazia il conflitto è un elemento strutturale, si pensi metaforicamente a ciò che caratterizza un combattimento sportivo: regole, spazio e rispetto. Colui con cui ci battiamo è un avversario, non un nemico. Per il nemico non c’è rispetto, l’obiettivo finale è la sua eliminazione, non basta semplicemente che sia vinto. In democrazia, l’eliminazione dell’avversario avrebbe come conseguenza l’eliminazione della democrazia stessa. 
É per il fatto che oggi – in primis nella politica – si sia persa la capacità di distinguere tra parole distruttive e costruttive, che “nemici” differenti si delegittimano seguendo per tutti il medesimo approccio. I nemici risultano così categorie generiche che proprio a causa della loro nebulosità si prestano a essere considerate tali, a differenza della concezione di “avversario” che prevede una considerazione di individualità di colui che si ha di fronte. L’uso di slogan quali “vaffanculo”, “ruspa” e “rottamiamoli” – riconducibili facilmente a precisi leader politici – evidenzia, non a caso, questo tipo di generalizzazione. 

BANALIZZARE ≠ SEMPLIFICARE

C’è poco da dire: semplificare è molto complesso e complicato, banalizzare invece è facile. 
Per semplificare è necessario restituire di un qualcosa l’essenziale, sfrondando il superfluo. Banalizzare consiste unicamente nel lasciare il superfluo. 
Semplificare è dire: 

“La difficoltà di entrare in Italia con un permesso regolare facilita la clandestinità delle persone immigrate. L’invisibilità che ne deriva offre manodopera disperata a un mercato del lavoro nero che nega i diritti e sfrutta le persone. Favorire la regolarizzazione di chi entra per lavorare diminuisce la possibilità che lo schiavismo imposto agli immigrati invisibili si riversi anche sulle condizioni dei lavoratori italiani.”

Banalizzare è dire:

“Gli immigrati ci rubano il lavoro e ci abbassano le paghe.”

Cambia, no?

POPOLARE ≠ POPULISTA

Considerando sempre le parole di Michela Murgia, popolare è colui che è in grado di restituire la complessità sociopolitica in modo comprensibile a tutti i ceti sociali e i gradi d’istruzione, in modo da rendere ciascuno partecipe della costruzione del progetto comune, secondo le possibilità di ognuno. 
Populista è, invece, colui che si arroga l’interpretazione dei presunti sentimenti dell’entità astratta “popolo”, facendosene portavoce attraverso un atto di mimesi. Il populista non riconosce i bisogni popolari, ma offre al popolo qualcuno in cui riconoscersi. 

RESPONSABILITÀ ≠ COLPA 

La colpa è individuale o comunque soggettiva e ha le sue radici nel passato. Chi ragiona politicamente in termini di colpa cerca colpevoli.
La responsabilità riguarda il presente e il futuro e può essere assunta anche da chi non ha compiuto le scelte che hanno determinato le conseguenze. In politica chi si assume le responsabilità cerca soluzioni. 
Il senso di responsabilità mantiene la memoria in modo “sostenibile”; le colpe del passato lasciano tracce di responsabilità nel presente: nel caso della Giornata della Memoria, le colpe trasmesse diventano responsabilità collettiva; mentre nel caso di Piazzale Loreto, responsabilità collettive si sono trasformate in colpe individuali.

DISSENSO ≠ DISORDINE

Partendo dal presupposto che l’elemento caotico è strutturale della democrazia, si considera disordine un’alterazione della pace sociale che minaccia le regole comuni dello stare insieme. La democrazia è l’unico sistema di governo basato sul dissenso, il solo in cui sia indispensabile la mediazione delle posizioni. 

Queste coppie di parole sono davvero attuali, le abbiamo sentite e le sentiamo pronunciare molte volte – probabilmente le abbiamo proferite anche noi stessi – ma quante volte in maniera cosciente e adeguata? 
È il caso forse di ragionare un po’ di più prima di parlare ed essere più consapevoli del peso che queste possono assumere, perché non sempre e non per tutti verba volant.

 

Valentina Rosselli

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