Per speculum in aenigmate: Massimo Cacciari a Biennale Democrazia

In occasione della rassegna di Biennale Democrazia, Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis presso il Teatro Carignano di Torino. Il filosofo nella sua lunga dissertazione ha deciso di affrontare molteplici temi: l’enigma nella sua accezione più positiva, l’enigmaticità del futuro come motore, il tempo e la sua dilatazione, il fine come elemento di unione tra le parti.

Attingendo dalla Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo, Cacciari inizia la sua riflessione citando un passo fondamentale di questo scritto: “videmus per speculum in aenigmate”. Attraverso l’immagine dello specchio che mostra enigmi, la lettera paolina dona il contesto in cui è stata scritta: un momento di crisi, catastrofe e cambiamento, dove tutto ciò che è solido si dissolve e dove avviene il capovolgimento di valori tradizionali. Quando San Paolo parla di enigma, si riferisce al futuro: mentre il passato è qualcosa di ordinato e statico, il futuro si presenta come la massima entropia, il disordine assoluto. Il futuro non è conoscibile con certezza, ma c’è chi lo può indicare: il sapiente, che è colui che conosce l’ordine e che può accennare ad un ordine futuro. Il futuro, afferma Cacciari, può solo essere accennato, non predetto con certezza. Ciò che vede il sapiente o il profeta è un ordine riflesso dallo specchio per enigma, quindi un ordine rivoluzionario, che sconvolge i valori passati. “Ciò che è reale e vero viene sostituito con ciò che non è”. Il “ciò che non è” rappresenta l’enigma, il quale viene interrogato solo dal sapiente, una persona capace di vivere per un fine o la fine. San Paolo afferma che il sapiente è colui che vive per la fine, per il giorno del Signore, che è giorno di vita non di morte. Ciò che porta l’essere umano alla sua eccellenza e alla sua sovraumanazione dantesca è l’amore per il fine (in greco agápe): questo è un amore disinteressato e una conversione al fine ed è ciò che permette al sapiente di vivere un tempo contratto, meno dilatato, poiché vive in vista di un fine. L’amore per il fine fa sì che il profeta non veda la verità faccia a faccia, ma la veda attraverso uno specchio pulito e puro, la verità è vista per riflesso, non in modo diretto. Il profeta è consapevole che quello che vede è un riflesso, poiché egli possiede la sapienza, chi al contrario crede che il riflesso sia la realtà, e non un enigma, non può avere una conversione e vede in realtà il mondo a pezzi. Ritenendo di conoscere la realtà effettiva, non per mezzo dello specchio che rivela enigmi, e non vivendo in vista di un fine, ci si ritrova a vivere in un mondo atomizzato, dove le parti non concepiscono, nè sentono il bisogno di un’unitarietà; gli individui si rinchiudono nella professione che svolgono e divengono fini a se stessi. Questo è, secondo Cacciari, il grande rischio che attraversa la forma democratica: la storia non è pensata secondo un fine, il tempo non è contratto ma anzi può indefinitamente continuare, e quindi il mondo perde la sua organicità in favore di parti che si concepiscono in quanto parti autonome. Il filosofo mostra quindi l’azione democratica attraverso una metafora: la democrazia rompe delle catene secolari cercando poi di rimettere insieme anelli ormai spezzati. Solo l’assunzione di un fine ultimo riconcilierebbe i vari pezzi.

                                                                                                                                  Ottavia Dal Maso

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