L’attualità di «Cosmopolis»

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Sul sito di Biennale Democrazia, nella homepage, è stato puntualmente presentato il programma degli incontri che si sono tenuti dal 27 al 31 marzo 2019 ed è stato introdotto il filo rosso che ha connesso gli incontri: la relazione tra Visibile e Invisibile. Un interrogativo fra tutti mi ha però colpita maggiormente, ossia: «Come mutano le relazioni umane e sociali, e come cambia la politica, nell’epoca dell’esibizione, della celebrità, della fiction, delle emozioni vissute “in diretta”, che trasformano la realtà in reality?». Il quesito qui posto è fondamentale, perché sta alla base della società contemporanea nella sua interezza: le relazioni sempre meno personali e più virtuali che, dall’avvento dei social network, abbiamo cominciato a costruire, hanno effettivamente delle ripercussioni concrete sulla vita economica e politica di ognuno di noi?

Cercando di coniugare questo tema con il mio campo di studi (la letteratura) viene subito in mente la quantità sterminata di poeti e romanzieri che nel corso dei secoli hanno lamentato un cattivo adattamento alla società capitalistica e industriale, che allontana l’uomo dalla natura e lo avvicina agli spazi stretti e inquinati delle città. Da Marx a Baudelaire, da Calvino a Stefano Benni, il tópos della città brutta, uggiosa, affollata e abitata da individui votati solo al guadagno o all’arricchimento personale invade le pagine della letteratura mondiale, dall’Ottocento fino ad oggi. Nessun autore tra quelli citati, però, rappresenta la società contemporanea e la sua disumanizzazione come Don DeLillo. Famoso per essere l’autore del bestseller Underworld, DeLillo tratteggia nei suoi romanzi un’umanità che pare sempre meno umana e sempre più reificata.

Il suo scritto che più sembra rappresentare il tema di Biennale Democrazia è, però, uno dei suoi ultimi romanzi: Cosmopolis. Il personaggio principale della vicenda è Eric Packman, un ventottenne che si è arricchito enormemente investendo in borsa, e che ora è proprietario di un vero impero bancario. Il tempo e lo spazio del romanzo sono entrambi unici. Infatti la vicenda si svolge tutta in un giorno d’aprile all’interno della limousine, che è la seconda casa di Eric: lì lui riceve colleghi, amici, perfino il dottore. Lì lui decide ogni singola mossa e monitora tutta la sua vita dai monitor di cui è tappezzato tutto l’interno dell’auto. Eric è un disadattato. Un disadattato ricco, certo, ma pur sempre un disadattato. Non è più in grado di capire le proprie emozioni: né l’amore, né l’amicizia, né l’invidia, né tantomeno è in grado di gestire comprensione o empatia. Dalle sue considerazioni e riflessioni si intuisce che è molto istruito, che legge poesie e che si tiene informato sul mondo. Per lui, l’unico impedimento alla felicità e alla stabilità emotiva è rappresentato paradossalmente da ciò che sembra averlo reso un vincente: il denaro, virtuale. Vivendo chiuso nella sua limousine che gli fa da filtro verso il mondo esterno, Eric ha disimparato a gestire rapporti umani e sentimenti autentici, vive in uno stato di costante alienazione perché vede il suo conto in banca crescere così tanto da non sapere come spendere tutto quel denaro, non avendo mosso nemmeno un dito per produrlo. Vive circondato dagli agi e dal lusso, ma non ha nessuno con cui condividerlo.

La vicenda di Eric fa pensare. Perché in questo mondo sempre più virtuale, sempre più evanescente e fondato sull’immagine che noi vogliamo dare di noi stessi, non si rischia sempre più di vivere vite vuote e prive di relazioni ed emozioni autentiche? Che vita civile e politica potranno mai creare degli individui concentrati più sul monitoraggio costante dei propri social che sulla propria coscienza civica e sul proprio senso del dovere o della legge? Per dirla con Biennale: potrebbe, a lungo andare, l’Invisibile intaccare, rovinare o addirittura distruggere il Visibile?

 

Chiara Cioffi

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