Ted Bundy, il fascino dell’assassino della porta accanto

 

“Era un ragazzo pulito e dai modi gentili, tutto qui. Una brava persona, uno come tanti altri”

Spesso siamo attratti e affascinati da tutto ciò che è macabro e ci fa provare un brivido lungo la schiena. L’essere umano prova una certa perversione innata e inspiegabile nei confronti di ciò che lo spaventa, come quando, dopo esserti coperto gli occhi per non vedere una cosa, apri leggermente le dita per sbirciare, perché la curiosità è troppo grande.
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui oggigiorno alcuni docufilm, detti anche truecrime, incentrati sulla vita di criminali e spietati assassini, hanno così tanto successo. 

A far parlare particolarmente di sé ultimamente è la docuserie dedicata alla storia di uno dei più famosi serial killer degli Stati Uniti, Ted Bundy.
La serie, creata dal famoso regista di documentari Joe Berlinger e prodotta dal colosso mondiale dello streaming Netflix, è stata distribuita sulla piattaforma il 24 Gennaio, per il trentesimo anniversario della morte di Bundy stesso.

Il documentario racconta la storia dell’assassino dalla sua infanzia fino alla morte sulla sedia elettrica nel 1989, attraverso interviste attuali di coloro che lo hanno conosciuto o che hanno partecipato alle indagini, immagini, foto d’archivio e soprattutto registrazioni audio. La caratteristica che infatti ha reso la serie ancora più affascinante è il fatto di poter ascoltare direttamente la voce dell’uomo, accusato di aver ucciso 36 giovani donne fra il 1974 e il 1978.
Riuscito a scappare e ad evadere non una, ma ben due volte, divenne un fenomeno mediatico e un personaggio noto, continuò fino alla fine a dichiararsi innocente e decise di difendersi da solo, sostenuto dall’orda di fan ossessionate che lo seguivano in tribunale e gli dedicavano lettere d’amore.
Dopo essere stato arrestato e condannato alla pena capitale, Ted Bundy ha passato molto tempo nel braccio della morte, riuscendo a posticipare più di una volta l’esecuzione della pena e decidendo di raccontare la propria storia ai giornalisti Stephen Michaud e Hugh Aynesworth, che lo hanno ascoltato per 15 mesi. Ma il serial killer, continuando a dichiararsi innocente, sembrava voler scrivere la propria biografia piuttosto che confessare i propri omicidi. Solo dopo essere stato convinto da uno dei due intervistatori ad analizzare in modo oggettivo ed esterno le azioni del presunto serial killer, Bundy ha cominciato a raccontare in terza persona dettagli e particolari che solamente il colpevole poteva conoscere.
Solamente poco prima di morire confessò di essere l’autore di 26 omicidi, lasciando quindi un’aura di mistero ad avvolgere la faccenda.

Theodore Robert Cowell, questo il suo nome completo, viene descritto come una persona assolutamente normale, affascinante e intelligente, ed è proprio grazie al suo carisma e charme che Bundy è riuscito a conquistare la fiducia delle 36 vittime (anche se ci sono motivi di credere che il numero delle vittime sia quasi un centinaio), che spesso stuprava e uccideva, nascondendo i cadaveri e tenendo le teste nel proprio appartamento come trofeo.

Il personaggio di Bundy ha creato nuove chiacchiere finendo al centro del ciclone media anche grazie all’uscita del nuovo film “Ted Bundy, il fascino del male”, nel quale nei panni di Bundy troviamo Zac Efron, criticato poiché “troppo sexy” per interpretare il ruolo di un mostro.

Apparentemente, tuttavia, il fascino criminale che ha reso Bundy noto non ha colpito solo durante gli anni ‘70. Infatti, dopo l’uscita della serie, molte donne hanno espresso un particolare interesse nei confronti del pluriomicida, soprattutto riguardo al suo aspetto fisico, obbligando così Netflix – come era già successo dopo l’uscita del film Birdbox – ad intervenire direttamente con il tweet: “Ho visto che si parla molto dell’avvenenza di Ted Bundy e vorrei gentilmente ricordare a tutti che ci sono migliaia di uomini sexy sulla nostra piattaforma, e quasi tutti non sono dei serial killer”.

Daniela Frezzati

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