Hong Kong val bene una protesta

Qualche settimana fa ad Hong Kong milioni di persone sono scese in strada per protestare contro una proposta legislativa promossa dal governo del piccolo Stato asiatico. La proposta in questione riguardava la possibilità di emendare la vigente legge sull’estradizione, permettendo così di estradare individui sospetti verso la Repubblica Popolare Cinese. Per quale motivo, quindi, oltre 1/4 della popolazione ha deciso di protestare per dimostrare la propria avversione a questa proposta?

Hong Kong nasce come colonia inglese nel 1840 circa, su un gruppo di isole (la superficie dello Stato è circa la metà del Lussemburgo, per capirci) passate dalla Cina al Regno Unito in seguito al Trattato di Nanchino. La sovranità britannica sul territorio venne confermata in un altro trattato del 1898, che prevedeva una sorta di “affitto” dell’area al Regno Unito per un periodo di 99 anni.
Come altre città simili, rimaste per lunghissimo tempo sotto il controllo europeo – come Macao, altro territorio indipendente, controllato dal Portogallo per centinaia di anni -, anche Hong Kong ha subito negli anni la profonda influenza occidentale, rendendola una delle città meno cinesi della Cina. Dal sistema scolastico, al diritto, persino la guida delle auto a sinistra della carreggiata (all’inglese, appunto), tutto ad Hong Kong ha subito l’influenza del Regno Unito.

Hong Kong all’inizio del XX° secolo

Il fatto che per quasi un secolo Hong Kong abbia rappresentato un porto sicuro per tutti coloro che scappassero dalla Repubblica Popolare Cinese è anche documentato dall’immensa crescita demografica che la città ha subito a cavallo tra gli anni ’50 e ’90: subito dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, Hong Kong ha iniziato a popolarsi per la stragrande maggioranza di rifugiati in fuga dal governo, dai tempi di Mao Zedong fino a Deng Xiaoping.
Nel frattempo, gli anni passano e l’affitto dell’isola concessa dalla dinastia Qing al Regno Unito volge al termine. Il 1° luglio 1997, dopo lunghissime trattative, il Regno Unito trasferì alla Repubblica Popolare Cinese la sovranità del territorio, con la promessa però che rimanesse autonomo per cinquant’anni.
“Uno Stato, due sistemi”, questa era la promessa millantata da Deng Xiaoping. Formula che comunque ha una data di scadenza, vale a dire il 1° luglio 2047.

Il Dragone Xiaoping (a sinistra) e la Lady Thatcher(a destra) a colloquio

Ora sono passati più di vent’anni dalla presunta autonomia di Hong Kong, ma negli ultimi anni è stata percepita una sempre maggiore ingerenza cinese nel governo dello Stato. In molti ritengono, ad esempio, che le ultime elezioni siano state pilotate per far salire al potere una governatrice, Carrie Lam, eccessivamente morbida con Pechino.
L’impressione che si ha, seppur vivendo dall’altra parte del mondo e conoscendo una percentuale infinitesimale dei fatti e degli interessi coinvolti, è che Hong Kong sia ormai in un perenne stato di protesta contro un’occupazione fantasma cinese. La Cina è letteralmente alla porta, ha sfruttato molto la potenza economica di Hong Kong all’inizio degli anni 2000 come fionda per lanciarsi da protagonista nell’economia globale e ora sta tentando di inserirsi nella vita pubblica per rendere meno traumatico il passaggio che avverrà nel 2047 da Provincia Autonoma a Provincia Autonoma. Magari non sarà con questa legge, magari non sarà quest’anno o il prossimo, ma la strada per il futuro sembra essere già tracciata: l’avvicinamento tra Cina e Hong Kong è solo questione di tempo.

Luca Negro

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