Compagni di vecchia data: guerra e mass media

Le tecnologie mediatiche sono da sempre legate a quelle belliche e si sviluppano parallelamente. Raramente, però, i media riescono a riportare la realtà della guerra: la loro più o meno forte dipendenza dal campo politico li rende più facilmente strumenti di propaganda e disinformazione che organismi al servizio dell’opinione pubblica e  del diritto all’informazione.

Durante la prima guerra mondiale nasce la propaganda moderna, per tenere alto il morale della nazione e creare consenso a favore dello sforzo bellico. Oltre alla stampa, per la prima volta viene sfruttato il cinema, con film su commissione diretta dallo stato, per aiutare i civili ad identificarsi con le truppe al fronte.

Se inizialmente è la censura a impedire di riportare gli aspetti critici dal fronte, in seguito i giornalisti fanno sì che non ce ne sia bisogno.

“Spazzavamo via dalle nostre menti qualsiasi tentazione di scrivere una parola che potesse rendere difficile o pericoloso il compito di ufficiali e soldati. Eravamo noi stessi i nostri censori”

Philipp Gibbs

Nel dopoguerra, si impone subito come efficiente strumento di propaganda la radio, che ha le caratteristiche ideali di mezzo di informazione nei nuovi regimi totalitari.

Rispetto alle due guerre mondiali, in Vietnam – prima guerra in cui la televisione ha un ruolo rilevante – (e in Corea) i giornalisti sono meno subordinati al campo politico: emergono aspetti che venivano prima occultati e l’opinione pubblica pretende il diritto all’informazione. Si sviluppa così l’idea che i media siano stati la vera causa della sconfitta americana, per aver provocato dissenso verso la guerra, sebbene questo sentimento partisse proprio dal potere politico e militare.

Per evitare casi analoghi al Vietnam, le guerre combattute negli anni ottanta tornano al regime di censura delle due guerre mondiali. Esemplare è il conflitto del 1982 tra Inghilterra e Argentina per le isole Falkland/Malvinas, la cui copertura è sacrificata in nome della sicurezza militare e viene considerata come modello da seguire per la gestione dell’informazione. Trattandosi di un conflitto in mare aperto, l’accesso al fronte era completamente sotto il controllo delle autorità: situazione propizia per un censore ma, allo stesso tempo, difficilmente ripetibile in circostanze di terra ferma.

Un’ulteriore forma di conflitto che vive di mass media è il terrorismo. Sono in molti a considerarelo una forma di comunicazione, quasi teatrale, propaganda of the deed, fatta cioè attraverso i fatti, finalizzata ad attirare su di sè l’attenzione dell’opinione pubblica. Ne sono un perfetto esempio gli attentati dell’11 settembre. L’emergere della globalizzazione delle comunicazioni crea il palcoscenico per un terrorismo internazionale, poiché le sue azioni si sposano perfettamente con i valori notizia dei media. Ma, contemporaneamente, apre la diplomazia all’utilizzo dei media per favorire negoziati o mobilitare in favore di un accordo.

I media occidentali tendono a semplificare la realtà delle nuove guerre come conflitti etnici. Questa lettura erronea porta a sottovalutare le cause politiche e a favorire interventi volti solo ad alleviare le sofferenze delle popolazioni coinvolte.

Esiste poi il fenomeno delle guerre dimenticate, che non ricevono affatto l’attenzione mediatica. Questo è dovuto al fatto che i mass media scelgono di coprire le notizie quando ci sono interessi in gioco.

La guerra del Golfo del 1991 costituisce la prima guerra raccontata in diretta; nonostante questo, è anche la prima senza immagini. Al contrario, la guerra in Iraq del 2003 viene raccontata da molteplici punti di vista.

Il conflitto più lungo del ‘900 – e che ancora aspetta di essere risolto – è quello israelo-palestinese, del quale i mass media costituiscono un teatro fondamentale e parallelamente al quale si è sviluppata una delle guerre di informazione (tra israeliani e palestinesi) più feroci mai combattute, nel tentativo di vedere affermato il proprio diritto di abitare la Palestina ed edificarvi il proprio Stato negando allo stesso tempo le stesse ispirazioni all’avversario.

Yulia Neproshina

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