Portraits – Il giornalismo di Marie Colvin

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Ricordare Marie Colvin rappresenta anche un atto di amore verso la verità. Quella verità estrema e tragica degli ultimi, soggetti a guerre, povertà e sofferenze, troppo spesso dimenticati o la cui storia non è mai stata voluta conoscere.

Marie Colvin era infatti una giornalista statunitense: dopo la laurea a Yale e il lavoro all’United Press International, nel 1985 iniziò la sua collaborazione per The Sunday Times, divenendone prima corrispondente in Medio Oriente e poi per gli affari esteri. Durante le numerose guerre che seguì sul campo, mettendo a rischio la propria incolumità, la sua preoccupazione fu di dar voce alle sofferenze della popolazione civile, a quelle storie che diversamente non sarebbero mai state conosciute. Seguì in particolare i conflitti nel Timor Est nel 1999, nonché la Repubblica Cecena e la guerra in Kosovo. Perse l’occhio sinistro – fatto da cui derivò la sua iconica immagine dall’occhio bendato – in un attacco nello Sri Lanka, nel 2001, mentre stava seguendo il conflitto tra le forze governative e quelle ribelli Tamil. Le fu concesso più di una volta di intervistare il colonnello Mu’ammar Gheddafi, di cui seguì anche la caduta. Ottenne numerosi riconoscimenti: Journalist of The Year nel 2000, Foreign Reporter of The Year nel 2001 e nel 2010.

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Nel 2018 è uscito nelle sale A Private War, il film biografico sulla sua vita tratto dall’articolo Marie Colvin’s Private War, di Marie Brenner per Vanity Fair. Ad interpretare la Colvin c’è Rosamunde Pike, che non solo riconferma le proprie capacità recitative, ma ci mostra anche come un’attrice di bell’aspetto possa uscire dalle solite parti da belloccia, per entrare nei panni di una donna forte, coraggiosa e un po’ rude, interpretandola in maniera intima e apparendo addirittura brutta in alcune scene del film.

«Nessuno sano di mente farebbe quello che fai tu, Marie. Ma se tu perdi la tua convinzione, allora a noi che speranze rimangono?»

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Marie Colvin morì a 56 anni il 22 febbraio 2012 durante il bombardamento della città di Homs da parte di Assad. Assieme a lei il collega francese Rémi Ochlik. In un collegamento, pochi giorni prima di morire, descrisse quel che stava capitando a Homs – e che, noi oggi sappiamo, sarebbe capitato in altre città siriane – come il peggior conflitto a cui aveva mai assistito, in cui venivano colpiti indiscriminatamente uomini, donne e bambini. Pare inoltre che la sua morte non sia stata un evento accidentale, bensì che il regime di Assad stesse prendendo di mira i (pochi) giornalisti rimasti, al fine di evitare che le notizie dei crimini contro l’umanità si diffondessero. La sorella, Cat Colvin, ha portato avanti una battaglia legale per fare luce su questa verità.

Se volessimo essere poetici e poco pragmatici – cosa che non siamo – potremmo dire che con la perdita fisica del proprio occhio Marie Colvin ottenne una vista ben più profonda in grado di mettere a nudo la verità. Una visione di cui ha bisogno non solo il giornalismo, ma tutto il mondo moderno.

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Homs distrutta

 

Silvia Gemme

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