Il pilastro della terra: la storia di Zion Williamson

Dopo anni di hype estremo, questo autunno Zion Williamson comincerà la sua carriera professionistica. Il 10 giugno, nella notte del Draft (la serata in cui le squadre NBA scelgono i loro futuri giocatori), il ragazzone di Salisbury è stato scelto dai New Orleans Pelicans. I Pelicans detenevano la prima scelta e, come ampiamente pronosticato, hanno deciso di puntare su di lui. Sebbene la sua selezione come primo fosse pressoché scontata, il titanico Zion non è riuscito a trattenere le lacrime una volta sceso dal palco, suscitando un’enorme simpatia negli appassionati prima ancora di calcare il parquet dei professionisti. 

An absolute unit.

Ma perché tanta fibrillazione? 

Per capirlo dobbiamo tornare indietro di un lustro. È il 2014 e Zion ha 14 anni. Nel suo ultimo anno di vita è cresciuto 16 centimetri e ha già cominciato, anche grazie agli allenamenti all’alba a cui si sottopone per scelta, a mettere su una massa muscolare quantomeno rara per la sua età. Alla sua prima stagione al liceo comincia da subito a mettere in fila statistiche allucinanti: finirà con una media di 24,4 punti, 9,8 rimbalzi e 3,0 stoppate. Il ragazzo continua a crescere e, complice il bagaglio tecnico non indifferente, diventa davvero troppo forte perché dei liceali possano limitarlo sufficientemente, tanto che al terzo anno ha una media di quasi quaranta punti a partita. 

A quel punto, però, il gigante buono è già un fenomeno internazionale. Non è certo il primo liceale a far parlare di sé per la palese superiorità rispetto ad avversari e compagni, ma stavolta c’è qualcosa di diverso: Zion salta molto più degli altri. Salta altissimo. Salta da lontano e schiaccia con una violenza inaudita; nonostante il peso, è rapido e veloce sia con che senza la palla tra le mani. Grazie al fisico a dir poco imponente e alle skills in continuo sviluppo, Zion penetra in area e sotto canestro fa quello che vuole. 

Proprio per questo modo spettacolare e umiliante (per gli avversari) di segnare e stoppare, le sue prodezze fanno il giro del mondo. Instagram va completamente fuori di testa e il rapper più in vista degli ultimi 5 anni, Drake, si fa immortalare con indosso la sua canotta (il che, se consideriamo che in quel periodo Zion ha sedici anni e frequenta le scuole superiori, è qualcosa di più unico che raro) dando un ulteriore impulso alla sua immensa popolarità. 

Zion a sedici anni – Photo by Jeff Blake (USA TODAY Sports Images)

Intanto, però, mentre le più importanti università lo corteggiano spasmodicamente e le marche cominciano a offrirgli il mondo pur di assicurarselo come testimonial, sta succedendo qualcosa di cui quasi tutti sono all’oscuro. Tre Jones, cestista liceale e fratello minore del professionista NBA Tyus, ha creato un gruppo Whatsapp con i tre più quotati giocatori dei licei statunitensi: ci sono il fenomeno canadese R. J. Barrett, il precoce Cam Reddish e – naturalmente – Zion. I quattro ragazzi parlano, stringono amicizia e discutono del fatto che sanno già che al college ci rimarranno solo un anno, perché poi suoneranno per loro le sirene NBA. Alla fine, decidono di assicurarsi le più alte garanzie possibili di vincere il campionato nazionale in quell’unico anno. Pertanto, scelgono tutti e quattro la stessa università e la scelta sulla destinazione cade su una delle migliori tre degli Stati Uniti, il Duke College: una cosa mai vista. La Duke, che li blandisce da tempo, li prende con sé e l’anno dopo si presenta sui campi americani una squadra a dir poco pazzesca. 

Durante la stagione le cose non vanno sempre secondi i calcoli: Reddish è spesso troppo in ombra rispetto a Barrett e Williamson e il gioco è raramente fluido. Duke può comunque contare sui singoli talenti e su un coach leggendario, quindi rimane la squadra da battere e i vip fanno a spallate per guardare i ragazzi prodigio giocare dal vivo. 

Ma nel frattempo succede il fattaccio. Il 20 febbraio, sei partite prima dell’inizio della March Madness (il torneo finale del campionato universitario, così chiamato per l’euforia di massa che provoca in tutta la nazione) durante una partita contro North Carolina la scarpa sinistra di Zion “esplode” facendolo scivolare. È a terra. Si tocca il ginocchio. È una distorsione. Viene giù il mondo.

La scarpa esplosa, l’infortunio.

La Nike, produttrice della scarpa strappata, perde un miliardo e cento milioni di dollari in borsa e teme di essersi giocata la sponsorshipdel decennio. Moltissime stelle dello sport scrivono i loro auguri a Zion e alcuni gli consigliano di non rientrare in campo una volta guarito, di rimanere fuori e tornare a giocare solo quando ormai sarà un giocatore NBA, per non rischiare, perché non ne vale la pena. Insieme alla polemica sulla scarpa, infatti, l’infortunio riaccende un’annosa controversia mai del tutto sopita, quella sui soldi. Le università e la federazione americana per lo sport universitario (la NCAA), in effetti, sono da decenni sotto attacco per il fatto che i loro studenti-atleti – sebbene generino profitti milionari per le scuole per cui giocano – non ricevono alcun tipo di stipendio. Godono di una borsa di studio totale, che dà loro la possibilità di vivere, mangiare e frequentare i corsi gratuitamente all’interno del college, ma non possono ricevere un compenso monetario e nemmeno accordarsi con i brand per un contratto di sponsorizzazione. Per questo a Zion sono piovuti addosso centinaia di “Non ne vale la pena”. Lui però, fresco della vittoria dei premi Giocatore dell’anno Freshman (debuttante) dell’anno ha deciso di tornare a giocare e ritorna sul parquet per la fase finale del torneo. Com’è andata? 29 punti, 14 rimbalzi, 5 palle rubate, vittoria contro Syracuse. Come se non bastasse tira con il 100% dal campo, miglior prestazione realizzativa nella storia del torneo e di Duke. 

Ai quarti di finale Duke arriva con tutte le sue stelle. Ha vinto l’ultima di pochissimo, ma è comunque favorita per via della disparità qualitativa dei suoi singoli rispetto agli avversari, i celebri Spartans della Michigan State University. I biglietti hanno il più alto prezzo mai registrato per una partita universitaria e a bordocampo, tra le tante star, c’è anche un certo Barack Obama. La partita, però, va male e nel momento decisivo proprio Zion commette un errore di scelta che si rivela decisivo. Duke è eliminata. 

Nonostante il fallimento, la reputazione di Williamson, Barrett e – seppur in misura minore – di Reddish resta immutata. Al Draft, infatti, vengono scelti rispettivamente con la prima, la terza e la decima scelta. Per darvi un’idea: era successo solo una singola altra volta che tra giocatori della stessa università venissero chiamati tra i primi dieci. Adesso è tutto nelle loro mani.

Da sinistra a destra: Tre Isiah Jones, Javin Montgomery-DeLaurier, Rowan Alexander Barrett Jr., Cameron Elijah Reddish, Zion Lateef Williamson.

Filippo Minonzio

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