Rainbow Coalition: LGBTQ vs Google/YouTube

Qualche mese fa, un gruppo di youtuber che trattano tematiche LGBTQ+ si è unito nella “Rainbow Coalition” con uno scopo ben preciso: portare in causa Youtube e Google per discriminazione.

Facciamo un passo indietro; tutti noi conosciamo YouTube, la famosa piattaforma web per video fondata nel 2005 e acquistata da Google l’anno dopo. Che si voglia cercare un video di gattini o un videoclip musicale, questa è il posto giusto, ma non solo. Esistono infatti milioni di canali sulla piattaforma che trattano degli argomenti più disparati e per molti di questi, a volte con milioni di iscritti, YouTube è un vero e proprio lavoro a tempo pieno.

Qualora gli youtuber siano partner del sito, questi possono arrivare a guadagnare anche cifre astronomiche con i loro video, grazie agli spazi pubblicitari che YouTube vende a terzi. Il meccanismo è piuttosto semplice: YouTube vende spazi pubblicitari alle aziende interessate e i soldi vengono incassati da YouTube e dagli youtuber che creano i video dove vengono piazzate queste pubblicità. Quindi più video e più visualizzazioni significano più spazi pubblicitari venduti e quindi più guadagni.

Ma, da qualche tempo, sembra essere sempre più difficile guadagnare con YouTube per alcuni youtuber. Questo perché YouTube può imporre la “demonetizzazione” di un video, cioè eliminare le pubblicità, e quindi le entrate. La demonetizzazione può avvenire per molteplici motivi, sempre ricollegabili ai contenuti del video pubblicato. Se questi violano le regole della piattaforma il video può essere demonetizzato o rimosso. Generalmente, un video che tratta di sesso, odio, droghe e simili, anche senza mostrare scene esplicite su questi argomenti, verrà demonetizzato. Un esempio nostrano di questo sistema è un video del canale Breaking Italy, che nel riportare una notizia sul presidente canadese, è stato demonetizzato a causa della parola “blackface” presente nel titolo. In questo e in molti altri casi, c’è poco spazio per appellarsi alla libertà di parola, essendo YouTube una piattaforma di un privato.

I canali BriaANDChrissy, uppercasechase1, Queer Kids Stuff, Watts The Safeword e GlitterBombTV.com hanno in comune il fatto di parlare di e per la comunità LGBTQ+, spesso in funzione informativa e divulgativa. Ad esempio, Amp Sommers di Watts The Safeword sul suo canale parla di sesso e sessualità in chiave spesso ironica e divertente per fare informazione, soprattutto per i gay, dato che, come ha lui stesso dichiarato, non ha mai ricevuto un’educazione in merito alla sessualità e l’omosessualità, essendo cresciuto in una famiglia estremamente religiosa e conservatrice.

I video di questi creator però vengono sistematicamente demonetizzati nonostante i loro contenuti non sembrino violare i termini e le condizioni imposte dalla piattaforma, e parrebbe quindi in atto una sistematica discriminazione che Google e YouTube rispetto alla comunità LGBTQ+. Inoltre, può essere difficile persino trovare video e ricevere notifiche riguardanti i canali in questione da parte degli stessi iscritti. In un video di spiegazione sulla vicenda, il gruppo di creator parla di censura e di come sia difficile fare informazione senza averne più i mezzi materiali.

Questa discriminazione però avverrebbe solo verso i piccoli youtuber, con “pochi” iscritti, quindi meno lucrativi. È stato portato come esempio di ciò James Charles, un ragazzo con un canale di make up con 16 milioni di iscritti, che nei suoi video mostra di appartenere alla comunità LGBTQA+ e, a volte, contenuti non propriamente in linea con i termini e le condizioni di uso di YouTube. Nonostante questo, è stato fatto notare che i suoi video non vengono demonetizzati come succede invece ad altri canali più piccoli.

Un esempio pratico di questa presunta discriminazione è come video con la parola “trans” o “transgender” nel titolo vengano sistematicamente demonetizzati e nascosti dall’algoritmo della piattaforma. Per questo motivo gli youtuber della Rainbow Coalition si sono uniti per portere in giudizio i due colossi del web, Youtube e Google.

Per saperne di più sulla causa, potete vedere il video di spiegazione della Rainbow coalition e cercare gli hashtag #LGBTQvsGoogleYouTube #DontBeEvil e #BeEqual

Emilia Scarnera

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