Avere 30 anni ed essere Il Muro di Berlino

Più di centocinquantacinque chilometri di cemento hanno diviso dal 1961 al 1989 la città di Berlino e i suoi cittadini. Est e Ovest non erano solo dei connotati politici ma, per la prima volta, erano degli esempi pragmatici e reali di ciò che la Guerra Fredda stava cercando di dimostrare. In altre parole, attraversare quel semplice accumulo alto 4 metri di cemento poteva costare – costò – la vita. Il 9 novembre del 1989, trent’anni quest’anno il muro venne abbattuto su iniziativa popolare; il simbolo, che per più di vent’anni aveva diviso una città, un paese, e – ideologicamente – il mondo, venne distrutto.

Banale e riduttivo sarebbe non pensare ad un paragone contemporaneo: che cosa ha imparato l’uomo dalla costruzione, tra l’altro fino all’ultimo negata dallo stesso Walter Ulbricht, di questo muro?

Ha solo imparato a farne altri e più imponenti: tra Arabia-Saudita e Yemen ci sono 1.800 chilometri di cemento dal 2013; le due città spagnole Ceuta e Melilla sono divise da un muro dal territorio ospitante marocchino dal 1990; Cipro è divisa dalla cosiddetta “Linea Verde”; una costruzione di cemento è stata eretta tra Bulgaria e Turchia dal 2014 per contrastare i flussi migratori, e nel 2015 in Ungheria è sorto un nuovo muro, per sancire una separazione profonda dalla Serbia; esiste un muro tra Iran e Pakistan, Egitto e Israele, Zimbabwe e Botswana. Non è finita qui.

Un muro divide le due Coree dal 1953. Tra il Marocco e Sahara Occidentale, le “peace lines” di Belfast dividono la parte protestante da quella cattolica. Il Muro di Tijuana tra Messico e Stati Uniti. Israele (ancora una volta) separata dai territori palestinesi. La Line of control con il suo punto nevralgico nella città di Amritsar tra India e Pakistan. Tra India e Bangladesh per arginare il movimento dei Rohingya. La Durand Line tra Pakistan e Afghanistan. E, infine, tra Iraq e Kuwait successivamente ai fatti accaduti dopo la Guerra del Golfo.

Si sa, l’essere umano è in grado di compiere innumerevoli barbarie ma allo stesso tempo ha la capacità di rifiorire e ricreare. Così è stato anche per ciò che resta del Muro di Berlino, denominato oggi East Side Gallery e punto turistico d’eccellenza per i visitatori.

Oggi, la parte occidentale del muro (la precedente parte sovietica) rivela più di un centinaio di opere d’arte donando alla città berlinese l’appellativo di capitale europea della Street Art. Tra le più note, ricordiamo due opere che non mancano di essere fotografate da tutti coloro che passano per la strada della vergogna contemporanea. La prima è l’opera Frieden di Schamil Gimajev che con la preponderanza del bianco riesce ad esaltare tutti gli altri colori rimandando a un desiderio globale: “Persone di tutto il mondo, siamo un unico popolo”. Il “Bacio” di Dimitrji Vrubel, invece, è l’opera più iconica e provocatoria che possiamo trovare sul Berliner Mauer. Da un fatto accaduto realmente, Breznev e Honecker rimangono tutt’oggi il simbolo dell’amore controverso e berlinese. La storia ci ha insegnato come l’amore sia stato fraterno, forte e mortale. Non a caso, il titolo è My God, help me survive this mortal love.

Oggi, cosa possiamo trarre dalla storia?

Sono muri che implicano idee politiche, schieramenti e sofferenza. Ne abbiamo bisogno? è questo il modo migliore per arginare delle situazioni di migrazione o contrastare la criminalità organizzata?

foto di Federico Fornasino

Federica Tessari

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