Memory, explained

Vi siete mai chiesti come funziona davvero la nostra memoria? I ricordi possono cambiare nel tempo e risultare imperfetti, anche quelli più profondi nella nostra esistenza; ma se lo scopo della memoria deve essere proprio quello di preservare il passato, perché allora i ricordi risultano essere così inaffidabili?
Gran parte dipende proprio da come il nostro cervello archivia i ricordi.

Grazie a Henry Molaison si è riusciti a comprenderne meglio alcuni meccanismi interni: più precisamente grazie al suo cervello. A 27 anni, per curare l’epilessia, Henry subì un’operazione che portò alla rimozione di un piccolo pezzo di cervello. La procedura non aveva causato cambiamenti comportamentali, ma aveva provocato una grave perdita della “memoria recente”: Henry non era un più in grado di orientarsi a casa sua o di riconoscere i propri dottori. Ciò che aveva ancora a disposizione erano, però, altri tipi di memoria: abitudini, che ad esempio non richiedono pensieri coscienti (“memoria implicita”), erano rimaste intatte, così come i ricordi consci (“memoria esplicita”) e la conoscenza di fatti, date, parole e numeri (“memoria semantica”). Il vero danno subito riguardava la “memoria episodica” e il vero problema era che senza quella parte di cervello non riusciva a formare neppure nuovi ricordi.

netflix-mind-explained-memory-2-1024x537.png(fonte Youtube)

Ciò che si può ricavare dall’esperienza di Henry non indica che i ricordi siano archiviati in un preciso punto. Le informazioni infatti sono elaborate da aree diverse del cervello. La parte del cervello che unisce tutti gli elementi funzionali al ricordo – sia nel momento dell’archiviazione sia quando si intende “rivivere” il tutto – (e che l’operazione di Henry aveva danneggiato) è il lobo temporale mediale, in cui è incluso l’ippocampo. 

schermata-2019-09-29-alle-23.20.51.png(fonte Youtube)

Ma cosa provoca il fatto che a parità di esperienze personali, se ne ricordino alcune meglio di altre?

Studi dimostrano che un primo fattore è quello delle emozioni, che facilitano l’amigdala a stimolare meglio l’ippocampo nel ricordare. Secondo fattore è il luogo: nell’ippocampo sono infatti presenti cellule sensibili proprio alla percezione dello spazio e del tempo. Ultimo fattore riguarda le storie: il cervello presta più attenzione infatti alle informazioni che sono trasmesse sotto forma di racconto.

Non solo la “memoria episodica” può risultare flessibile, ma anche i ricordi che testimoniano la nostra esistenza ed è qua che sorge il grande interrogativo. Perché? Perché proprio ciò che dovrebbe tutelare il nostro passato risulta invece così fragile?
Ancora una volta è importante la testimonianza di Henry Molaison, tramite cui è ricavabile una possibile risposta. Per Henry non era solo difficile ricordare il suo passato, ma anche immaginare un futuro. Trent’anni dopo la sua operazione, un altro paziente subì il danneggiamento del lobo temporale mediale in seguito a un incidente e accusò la stessa difficoltà di proiettare se stesso in un futuro, anche prossimo.

Passato e futuro si può dire dunque siano collegati all’interno della mente stessa. Quella flessibilità che porta a ricordare erroneamente determinati fatti o esperienze, è la stessa  quindi che permette di immaginare un futuro e prevederne possibili problemi, evoluzioni, ostacoli e soluzioni su come affrontarlo. 

netflix-themind-memory-imagination_resize_md
(fonte Youtube)

Queste informazioni sono tratte dall’episodio Memory, explained della recente miniserie di Netflix, forse uscita un po’ troppo in sordina, dal titolo The mind explained. Brevi ma efficaci e interessanti documentari che intendono indagare alcuni dei meccanismi del nostro cervello. La voce narrante è di Emma Stone e il tutto è parte della serie di documentari Explained, sempre su Netflix, prodotta da Vox.

Valentina Rosselli

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