Fundraising, videogiochi e la fiducia mal riposta

Era il 2012: l’Italia veniva malmenata agli Europei dalla Spagna, il primo film degli Avengers faceva capolino nei cinema e tutti temevano che la profezia dei Maya ci avrebbe cancellato dalla faccia della Terra. Una vita fa, insomma.
Nel mondo stava iniziando a farsi conoscere Kickstarter, piattaforma di fundraising (o “raccolta fondi”, se non masticate l’inglese) divenuta celebre perché capace di mettere in contatto diretto i produttori di film, musica, spettacoli, videogiochi, e il pubblico. In particolare, il mondo dei videogame sembrava pronto a cavalcare l’onda della sovvenzione collettiva: tutti erano convinti che il fundraising avrebbe rappresentato il futuro del finanziamento dei videogiochi. Sono passati un po’ di anni e noi oggi ci chiediamo: è stato davvero così?

Per coloro che non lo sanno, Kickstarter (o qualsiasi altra piattaforma di fundraising) permette alle imprese di essere finanziate direttamente da quelli che saranno i fruitori dei propri prodotti. Per rimanere nell’ambito del gaming, un produttore o programmatore indipendente (rectius “senza soldi ma con buone idee”) può mostrare una demo o un video di presentazione del suo progetto, fissare una soglia minima di denaro necessaria per far partire la programmazione, promettendo in cambio piccoli premi in base alla donazione fatta dagli utenti: da una copia del gioco, passando per speciali ringraziamenti nei titoli di coda, fino ancora alla possibilità di essere inserito come personaggio giocabile nel videogame, le ricompense hanno sempre attirato milioni di fan che, fiduciosi, hanno elargito milioni e milioni di dollari negli anni.
Quindi, per ricapitolare, se sei un produttore e il tuo progetto raggiunge la soglia minima che ti sei prefissato, sei tenuto a completare il tuo progetto, ma senza uno specifico limite di tempo (anche perché il pubblico ti ha pagato in anticipo…); nel caso in cui, invece, la tua idea non riscuota il successo desiderato e non riuscissi ad arrivare alla soglia minima, tutto il denaro raccolto viene restituito ai sostenitori. Una formula apparentemente senza rischi, per tutelare i supporter contro potenziali abusi. O quasi.

Nel mondo del videogioco, il risultato finale di un progetto dipende in gran parte dal tempo che viene speso per la creazione di un’opera: solitamente, più tempo ha il team per rifinire il lavoro, migliore sarà il risultato. Dall’altro lato, tuttavia, i produttori non possono rilassarsi troppo perché devono continuamente tenere il passo con il miglioramento tecnico di computer e console. Il fattore tempo è quindi fondamentale nella nascita di un’opera videoludica. Sfortunatamente sono numerosissimi i casi di progetti finanziati con fondi che superano tranquillamente i milioni di dollari e che latitano, tra rinvii e promesse.
Il caso più eclatante è quello di Star Citizen: progetto Kickstarter dalle mirabolanti promesse, conclusosi nel novembre 2012 (quasi otto anni fa), raccogliendo l’esorbitante cifra di $186.000.000 (progetto più finanziato di sempre sulla piattaforma, è un record), che ad oggi rimane un mistero senza una data d’uscita. Oppure, altro esempio, Godus, gioco salito alla ribalta del 2012 perché collegato al leggendario game designer Peter Molyneux ma che ad oggi non ha ancora né data di uscita né un team che ci lavori attivamente.

Il mondo del fundraising è “buggato” all’origine e, finora, ha prodotto pochi frutti interessanti. Il pubblico, che finanzia sulla fiducia progetti che nella maggior parte dei casi sono stati rifiutati da software house e da addetti ai lavori, come può sostituirsi al giudizio di chi i videogame li produce per mestiere? In che modo assicurarsi che gli sviluppatori creino un prodotto all’altezza delle aspettative e che non si limitino a raffazzonare un giochino scadente solo per giustificare il finanziamento (talvolta mostruosamente grande) ricevuto? Se questi metodi di finanziamento diretto vogliono contribuire davvero al futuro del gaming, per prima cosa si dovrà rispondere a queste domande insite nel meccanismo stesso del finanziamento collettivo.

Luca Negro

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