Provano ancora a curarla, ma l’omosessualità non è una malattia.

Oggi, 17 maggio, è una data cardine per la storia delle persone omosessuali. Infatti 30 anni fa, il 17 maggio 1990, l’omosessualità è stata eliminata dall’elenco delle malattie mentali dall’OMS.
Nel 1952 risultava una condizione psicopatologica tra i “Disturbi sociopatici di Personalità”, ma nel 1973 ne è stata dichiarata la depatologizzazione dall’American Psychiatric Association, per poi essere eliminata dal novero delle malattie mentali anche dall’OMS nel 1990. Attualmente l’omosessualità viene considerata una variante naturale e positiva del comportamento e della sessualità umana. È indubbia l’importanza che hanno avuto e ancora hanno queste date, tuttavia, per eliminare lo stigma culturale che pesa come una spada di Damocle sulle teste delle persone omosessuali, ci vuole ben altro, 30 anni dopo siamo comunque lontani dal poter cantar vittoria. In questo contesto cantare vittoria significa avere la consapevolezza di vivere in una società dove l’omosessualità o, più in generale, tutti gli orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità vengano considerati la norma. Eliminare uno stigma, un pregiudizio o una credenza assimilati culturalmente richiede un lungo percorso di rieducazione e non è necessario dilungarsi in spiegazioni per capire quanto questo sia complicato. A questo proposito, nonostante sia stato scientificamente dichiarato che l’omosessualità non è altro che una normale peculiarità di un individuo, continuano ad esistere centri di conversione e terapie riparative per persone omosessuali, normalmente legati ad associazioni o gruppi religiosi.

Una di queste associazioni è Courage, un apostolato cattolico, che nel loro sito internet offre “un accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso ed ai loro cari”, ma che nega assolutamente che i metodi usati siano associabili a delle terapie che trattano l’omosessualità come una patologia, poichè i percorsi spirituali vengono portati avanti da sacerdoti e non da medici. Queste dichiarazioni non bastano comunque a eliminare il dubbio che queste sedute non siano dei semplici “accompagnamenti spirituali” come li definisce l’associazione courage, ma qualcosa di più.

D’altro canto sarebbe rischioso per dei professionisti – o presunti tali – dichiarare di praticare delle sedute per la conversione dell’orientamento sessuale, in quanto questo vìola il codice deontologico ed è segnalabile alle commissioni etiche dei diversi ordini regionali. Queste pratiche non hanno nessuna base scientifica, e come afferma Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma «Chi parla di omosessualità come “condizione modificabile” non ha alcun riconoscimento nella comunità scientifica».
Ciononostante queste figure continuano ad operare, come riportato dalle interviste fatte dall’Espresso nell’articolo «Così ci hanno devastato l’anima per “guarirci” dall’omosessualità».

Le terapie di conversione, oltre ad essere scientificamente invalide, sono pericolose, possono indurre a depressione, ansia, sentimenti di colpa, disistima e anche a desideri suicidi, soprattutto se le sedute avvengono in un’età in cui l’individuo deve ancora scoprire sé stesso e la propria sessualità a pieno.
Le basi su cui si fondano queste teorie derivano da stereotipi ormai superati e considerati obsoleti, risalenti da una visione del mondo eteronormativa e legata ad una concezione dei ruoli di genere che dovrebbero risultare superati. Nel marzo 2018 il Parlamento Europeo ha adottato un testo non vincolante che invitava gli Stati Membri a vietare queste pratiche, in Italia è stata presentata una proposta di legge nel 2016 per le “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori” tristemente abbandonata. A questo proposito POSSIBILE LGBTI+ ha indetto una raccolta firme per fare in modo che una legge di questo tipo venga redatta, per firmare la petizione e trovare il testo della lettera completo, clicca qui.

 

Beatrice Maschio

 

Immagine in copertina di Adrià Fruitos

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