La sfida dell’Artico

Oltre il Circolo Polare Artico, c’è un ambiente concepito come un altro mondo nell’immaginario di chi non ne ha fatto esperienza. Viene considerato come la parte del pianeta ancora incontaminata, tanto bella quanto inaccessibile, di natura incontrastata, freddo e ghiaccio.
Il Nord del pianeta non è però così lontano come sembra e sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche politiche. Ce lo racconta bene Mian nel libro “Artico. La battaglia per il grande nord”, in cui descrive ciò che sta avvenendo in questa area geografica, che, sfortunatamente, spesso spicca nella cronaca e nel dibattito pubblico non per la sua bellezza, ma per il sempre più attuale problema del cambiamento climatico. Fenomeno che ha enormi conseguenze sui suoi immensi, un tempo si pensava eterni, ghiacciai. Lo scioglimento dei ghiacci è un tema di cui spesso si cita riguardo l’impatto sugli animali che non riescono ad adattarsi al veloce cambiamento del loro habitat e all’innalzamento del livello del mare, che colpisce le piccole isole e le città costiere. Insomma, quegli effetti che colpiscono la nostra attenzione o potrebbero influenzare la nostra esperienza di vita.

Al di fuori dei contesti accademici, raramente (forse per comodità?) si discute delle opportunità straordinarie che paesi, governanti e imprenditori si trovano a disposizione grazie allo scioglimento dei ghiacci. L’effetto del riscaldamento globale crea uno spazio marittimo sempre più vasto.
Il Mar Glaciale Artico pone di anno in anno sempre meno ostacoli alle navi: si creano così nuove rotte commerciali, inimmaginabili fino a qualche anno fa. Con i nuovi passaggi, aumenta lo sforzo dei paesi che intendono esercitare il controllo sulle acque dal grande interesse strategico, economico e politico.

Un altro motivo dell’interesse internazionale è la presenza di petrolio e minerali importantissimi per la produzione di tecnologie altamente richieste, come le batterie per le auto elettriche. Di nuovo, a causa del riscaldamento climatico, lo strato di terreno perennemente congelato chiamato permafrost si scioglie e diventano accessibili sempre più giacimenti di questi materiali, che attraggono le mire delle multinazionali di tutto il mondo (compresa l’Italia). Sono molti i paesi che mirano al controllo, la sovranità e lo sfruttamento di vaste aree nell’Artico e, come la Cina, non tutti vantano un diretto confine geografico.

Se i guadagni derivanti dallo sfruttamento delle nuove caratteristiche climatiche non sono argomento comune, ancor più ignorate sono le conseguenze disastrose che ricadono sulle popolazioni locali dei paesi direttamente coinvolti. Le acque e i terreni vengono inquinate dagli scarti delle miniere nucleari e altre. Cambiano drasticamente paesaggi, risorse utilizzabili e stili di vita. Gli indigeni, che da sempre vivono di pesca, sono obbligati ad adeguarsi senza avere gli strumenti per farlo.

Il brusco contatto con le diverse culture e la difficoltà nel trovare occupazione hanno portato a diffusi problemi di alcolismo nei piccoli paesi sulla costa, e il numero di suicidi, anche tra i giovani, è aumentato al punto che la Groenlandia è il primo paese nella lista dell’OMS per tasso di suicidi.
Ciò che salta all’occhio è che i governi spesso sono i primi ad incentivare la presenza delle miniere sul suolo nazionale pur conoscendo i disagi sociali che ne derivano. La presenza di queste attività frutta grandi somme di denaro che non necessariamente vengono investiti per il diretto bene dei cittadini. E’ il caso della Groenlandia che intende sfruttarli per rendersi indipendente dalla Danimarca in modo definitivo.

Quel che ho riportato in quest’articolo è solo un accenno ai problemi dei paesi Artici, che hanno ancora troppo poco peso nel dibattito pubblico. Attorno a questo mare (sempre meno) ghiacciato continuano a crearsi conflitti e contraddizioni, disagi sociali e dinamiche complesse che fanno parlare di una “nuova colonizzazione”.

Anna Franzutti

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