«Alla mia piccola Sama»: le ferite della Siria che non devono essere dimenticate

Prima di prendere visione del film Alla mia piccola Sama, bisogna avere ben chiara una cosa: quello che si andrà a vedere è il diario intimo, veritiero e umano della distruzione di Aleppo. Senza trucco e senza inganno, le immagini che scorrono sullo schermo sono ricordi di vita e al tempo stesso prove di crimini di guerra commessi appena quattro anni fa, registrati dalla telecamera di Waad al momento dei fatti.

Alla mia piccola Sama (For Sama) è, infatti, un film-documentario diretto dalla regista siriana Waad al-Kateab, assieme al collega britannico Edward Watts, uscito nel Regno Unito nel 2019 e distribuito in Italia da Wanted, con il patrocinio di Amnesty International-Italia. Il film ha ricevuto una candidatura agli Oscar 2020 per il miglior documentario e ha vinto un premio ai BAFTA e agli European Film Awards, sempre come miglior documentario.

Alla mia piccola Sama prende avvio nel 2011, dai reportage di Waad, studentessa rivoluzionaria al quarto anno di Economia, desiderosa di riprendere i momenti salienti di quella primavera araba, che avrebbe portato alla fine della dittatura degli Assad e alla libertà del popolo siriano. Assieme a lei, l’amico Hamza, medico militante. La fine di quel sogno, però, comincia già a inizio 2013, quando vengono rinvenuti nel fiume di Aleppo est numerosi cadaveri di civili ammanettati e colpiti con una pallottola alla testa.

“Ci è sembrato un messaggio.”

“Eravamo scioccati. Il regime era disposto a tutto pur di rimanere al potere.”

Da allora, un’escalation di violenza. Per prima cosa, la routine cittadina si è disgregata, venendo a mancare, tra le altre cose, scuole e servizi di emergenza; poi sono cominciati i raid russi, che hanno preso di mira i punti nevralgici di Aleppo, fra i quali l’ospedale, in cui sono morte 53 persone. Infine, è giunto il momento dell’assedio, con la mancanza di cibo e di acqua, i civili uccisi mentre cercavano di raggiungere la zona controllata dal regime, le armi al cloro, i bombardamenti quotidiani, la massa di persone che si appoggiava all’unico ospedale rimasto. Nel 2016 – quando è stato raggiunto un accordo per evacuare i civili – Aleppo non esisteva più.

Ma proprio perché è una storia vera, Alla mia piccola Sama non tratta solo di dolore, ma anche di amore. Amore di Hamza per Waad, rivelato dopo anni di amicizia. Amore di una madre per sua figlia – Sama, una scintilla di vita e di gioia messa al mondo in mezzo a tanta disperazione – a cui vengono dedicati il film e i pensieri costanti di Waad.

“La scelta di diventare madre in quel momento era quella di dire no a tutto quello che stavo vivendo. La mia decisione è stata quella di creare vita, creare speranza, in una situazione in cui tutto cercava di ucciderci.”

“Quando ero incinta di Sama mi ricordo perfettamente ogni calcio che lei mi ha dato, quasi come se volesse dirmi: «guarda mamma, sono qui, sono viva e voglio vivere».”

Amore per la libertà, per la propria terra, per il proprio popolo: quello che ha fatto rimanere Waad, Hamza e i loro amici ad Aleppo. Quello che ha spinto Hamza a dedicarsi anima e corpo all’ospedale cittadino, specchio del disastro umanitario che si stava svolgendo e ripreso con meticolosità da Waad, in una situazione che crollava di giorno in giorno.

E infine, incredibilmente, tanto umorismo: dagli auguri sarcastici di “buon assedio” che gli abitanti di Aleppo si rivolgevano, ai commenti sulle tipologie di bombe che venivano sganciate.

Eravamo circondati dalla morte, ma siamo riusciti ad utilizzare l’umorismo per scaricare la tensione. Credo che questa sia una reazione non solo del popolo siriano, ma proprio dell’essere umano.”

Sopravvissuta ad Aleppo, consapevole della sofferenza del proprio popolo e della responsabilità racchiusa in quelle registrazioni, ma al tempo stesso con il desiderio di mostrare a Sama ciò che i genitori hanno fatto in quegli anni, Waad al-Kateab ha creato il docu-film di cui parliamo, dedicandolo alla figlia. Contemporaneamente, ha dato vita alla campagna Action For Sama, con cui tenere alta l’attenzione sulla Siria, supportare gli operatori umanitari e sensibilizzare sui crimini di guerra commessi, in particolare tramite l’hashtag #StopBombingHospitals.

Tra le molte immagini e riflessioni strazianti del documentario, spicca – a nostro parere – una frase, affilata e dolorosa tanto quanto semplice.

Non pensavamo che il resto del mondo avrebbe permesso tutto questo.”

Silvia Gemme

Fonti:

Intervista a Waad al-Kateab: https://www.facebook.com/CinemaWanted/videos/576065516661052/

Proiezioni: http://wantedcinema.eu/

Action For Sama: https://www.actionforsama.com/

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