Hong Kong: Fine dei giochi.

Avevamo parlato di come, all’inizio dell’epidemia di Covid, le attività di protesta in atto a Hong Kong si fossero arrestate o avessero diminuito d’intensità. Nelle ultime settimane, tuttavia, la situazione è tornata ad arroventarsi, ma nel mare di avvenimenti che si sono susseguiti, abbiamo deciso di raccontarvi quello che probabilmente metterà definitivamente la parola fine alle proteste.

Il 28 maggio scorso, l’Assemblea Nazionale Popolare (il parlamento cinese per intenderci, chiamato in buona sostanza a ratificare le decisioni assunte dal Partito Comunista) ha approvato una proposta sulla presentazione di un disegno di legge sulla sicurezza nazionale che permette a Pechino di intervenire direttamente contro manifestazioni “secessioniste, sediziose, sovversive che possano minare la sicurezza nazionale” a Hong Kong, quindi di fatto andando a imporre un divieto per questo tipo di proteste. Nonostante la legge non sia ancora stata approvata formalmente, ha provocato reazioni indignate per due motivi.
In primo luogo, per quanto riguarda la sbandierata autonomia di Hong Kong, che sembra essere definitivamente tramontata. L’autonomia giudiziaria e legislativa che ha caratterizzato la ex colonia britannica è una delle ragioni che ha permesso a Hong Kong di prosperare come centro finanziario e commerciale a livello mondiale. Il fatto che questa autonomia, evidenziata dalla famosa ma ormai svuotata formula “Un paese, due sistemi”, sia oggi messa definitivamente in pericolo fa sorgere più di un dubbio riguardo il futuro delle proteste hongkonghine.
A dire il vero già nel 2003 Pechino aveva provato a proporre nuove norme sulla sicurezza che avrebbero permesso di chiudere giornali presunti sediziosi e di compiere ispezioni e controlli senza mandati, ma le numerose proteste di piazza avevano fatto cadere nel nulla il progetto. Questa volta sembra che il Partito voglia aggirare l’autonomia di Hong Kong, il che ci porta al secondo motivo che ha fatto preoccupare parecchi osservatori stranieri e non, vale a dire la modalità con cui la legge entrerà a far parte dell’ordinamento hongkonghino. Siccome Hong Kong formalmente gode di ampi spazi di autonomia legislativa e politica, possiede una propria mini-costituzione, che specifica che le leggi nazionali cinesi che possono avere effetto nel territorio della città sono solo quelle contenute all’Allegato III della Basic Law. Questo Allegato III può essere però modificato solo dietro consultazione da parte di Pechino del governo autonomo di Hong Kong. Ebbene, sfruttando la lacunosità e la fantasiosa interpretabilità del testo, Pechino ha deciso di modificare unilateralmente la disciplina, con buona pace dello stato di diritto che nel frattempo latita.

Le reazioni a favore dei manifestanti e della democrazia sono giunte da tutto il mondo occidentale, dal Regno Unito all’Australia, fino ad arrivare ai democraticissimi Stati Uniti (che magari dovrebbero guardare quanto sta succedendo in casa loro, ma tant’è…), che hanno rimosso a Hong Kong lo status speciale accordato nel 1992 per favorire commercio, immigrazione, investimenti e scambi culturali. Il ragionamento che sta dietro la decisione degli USA non fa una grinza e insiste su una domanda (dibattuta, ma quasi retorica) che sembra necessario porsi ora: dal momento che il trattamento di favore accordato a Hong Kong era fondato sull’indipendenza di quest’ultima da Pechino, come si può continuare a pensare che la ex colonia sia ancora effettivamente autonoma?

Se questa sia la parola “fine” definitiva alla questione di Hong Kong che ci accompagna da oltre un anno, non ci è dato saperlo, così come non possiamo sapere quali siano le reali intenzioni di Pechino con Hong Kong (e qui si deve aprire la mente il più possibile per capire il discorso senza sterili polemiche). Quando nel 1997 si è stipulata la Dichiarazione congiunta sino-britannica che formalizzava il passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina, si è specificato che Hong Kong avrebbe goduto dei benefici della sua autonomia per 50 anni, quindi fino al 2047. Questo ha permesso alla città di mantenere una propria valuta, un sistema economico di stampo capitalistico occidentale, maggiori libertà, ecc… Ma rimane comunque il fatto che, scaduti i 50 anni, difficilmente la Cina continentale continuerà ad approvare lo speciale status della città; al contrario e con tutta probabilità, come è molto più facile aspettarsi, tenterà di passare dalla formula “Un paese, due sistemi” alla formula “Un paese. Una nazione. Un popolo”. Sono passati ormai 23 anni dal 1997, siamo quasi al giro di boa ed è facile aspettarsi che Pechino abbia voglia di allungare le mani su quello che legalmente è suo.

Luca Negro

Un commento Aggiungi il tuo

  1. filorossoArt ha detto:

    mi sembri abbastanza obbiettivo. L’autonomia della Lega Lombarda è una questione simile a quella di Hong Kong. Guardava troppo avanti inciampando contro i sassi che gli stavano tra i piedi senza vederli e dopo 30 anni sono da capo, Sono contro l’Europa dove prima si nascondevano dietro ad essa dopo aver tirato i sassi alla Roma Ladrona. H.K è nelle stesse acque. Le manifestazioni evidenziano una crisi di identità con una Libertà elargita (vedi in America) solo se non parli di politica. Prova entrare in un gruppo di Face Book e parlare di politica che subito vieni censurato. H.K. non ha terra e mare sufficiente per sfamare la propria popolazione, è demograficamente al collasso e “voglia di lavorare saltami addosso”. E’ una nazione commerciale ma non produce a sufficienza per se e vuole vivere di assistenza economica per vantare un capitalismo che sta andando in fallimento a livello mondiale? Se l’Inghilterra dovesse in questo momento riprendersi H.K. si troverebbe con una macina al collo. Si è talmente impoverita che sta rimandando a casa migliaia di immigrati mondiali perché non riceve più i sussidi dall’Europa che ha capito che la democrazia inglese non è più educativa. Non si può prospettare il futuro democratico ai giovani di tutto il mondo facendo i camerieri all’estero e a vita senza crescere professionalmente. (questo vale anche per l’Australia).
    Il Parlamento di H.K. si sta adeguando alle leggi di in popolo di quasi 2 miliardi di persone (Cina) come noi alle leggi di un Europa di 450 milioni di abitanti e facciamo ancora i capricci come H.K. sempre più poveri e presuntuosi. Il Mondialismo finanziario ed industriale è oramai una realtà. O ti adegui o sei perduto e il parlamento e la magistratura di H.K. si sta adeguando con fatica ma lo deve fare. La borghesia di H.K. chiede la repressione dei contestatori perché vende all’estero sotto etichetta made in H.K. tutta merce cinese facendo buoni affari. “Nel piatto ricco mi ci ficco” dice il proverbio capitalista gozzovigliando, ma la Cina non permette speculazioni sui Servizi Sociali, li va giù duro e i poveri di H.K. stanno cominciando a capire i vantaggi. La piccola borghesia sogna e basta… sogna di passato, fra un po si spegnerà la luce anche per loro. Il pianeta è diventato piccolo per tutti.

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