Dalla civiltà bizantina al XXI secolo: il passato è davvero così distante?

Corpi scolpiti, erosi e levigati fino all’ossessione, trucco che appiana le imperfezioni, maschere canoniche. Esistenze perfette, ma vuote. Quante volte abbiamo rinunciato alla nostra unicità, quante volte ci siamo vergognat* del nostro aspetto, privandoci di uscite o abiti confortevoli? La tendenza a una perfezione scarna di sentimenti si annoda in un cappio stretto al respiro, al nostro essere al mondo.

Scavando nel passato, scopriamo che questa ossessione ha radici maligne nella storia dell’uomo e in particolare nell’affascinante civiltà bizantina (330 d.C, anno della fondazione di Costantinopoli-1453, caduta in mano ai Turchi di Maometto II). La cultura dell’Impero Romano d’Oriente è pervasa da questa spinta verso un ideale alto, declinato in diverse varianti.

Abbiamo la perfezione istituzionalizzata e politicizzata del sovrano, il basileus, incarnazione di Dio sulla terra, con una vita scandita da rigidi protocolli, dove ogni gesto è studiato e pregno di significati, l’immagine è fondamentale, gli abiti sono scelti con cura e le singole azioni anelano alla figura idilliaca del Regno Celeste, a un’armonia indossata per coprire i difetti.

Attraverso i testi letterari fioriti in circa un millennio, emerge chiaramente il disegno della vita ideale per questo popolo: il bios angelikòs. È un concetto che calza a pennello con la vita ascetica, rannicchiata nella penombra di un monastero. I monaci hanno scelto la via della rinuncia a ogni bene materiale, della lotta con forze demoniache insinuanti e tentatrici. L’anima di un monaco viene paragonata a una città fortificata con 5 porte che ne costituiscono la debolezza, il possibile accesso al peccato. Si identificano con i 5 sensi e per ogni entrata i protocolli prescrivono delle rigide norme da adottare: le parole non devono mai essere troppe o ampollose, ma centellinate; mai cedere alla golosità e all’ingordigia, ma consumare pasti sobri e soprattutto poveri; la risata è sintomo di scompostezza e male, infrazione dell’armonia divina. Mai perdere il controllo del proprio corpo: sorridere con modestia, non girare lo sguardo con insistenza, sono aboliti i profumi intensi e piacevoli e il tatto non deve mai cedere a superfici morbide e appaganti che infiacchiscono lo spirito.

La società bizantina si appiglia a questo ordine claustrofobico fatto solo per pochi eletti destinati a grandi ricompense nel Regno dei Cieli.

Ma l’aspirazione a questa perfezione è anche profondamente misogina. La donna è considerata fonte di ogni male, debole e peccaminosa, una pedina scomoda nella scacchiera ordinata della taxis (“armonia, ordine”) sociale. Proprio per questo motivo una ragazza a Bisanzio, per ottenere un riconoscimento e non essere adocchiata con sospetto, deve camuffare la sua femminilità con abiti maschili, assumere un atteggiamento virile e in alcuni casi flagellare il suo corpo, scarnirlo fino ad umiliarne la bellezza morbida e naturale.

L’andrizzazione è un processo lento e doloroso che viene praticato dalle cosiddette sante travestite, che rinunciano alla propria identità, tagliano i lunghi capelli, si sottopongono a estenuanti digiuni, preghiere e penitenze, fino a raggrinzirsi e a svuotare il corpo, i seni. Paradossalmente, a Bisanzio esistere per una donna significava annullare se stessa.

Tutto il popolo è guidato da questa soppressione degli istinti, della propria umanità. Autocontrollo, apatheia (“superamento delle passioni, imperturbabilità”) sono l’apice della gloria. Il sistema sembra incrollabile come le mura possenti di Costantinopoli contro le quali tutte le invasioni barbariche si sono infrante. Ma non è esattamente così: è come un abito pomposo segnato da piccoli squarci. Pochi privilegiati riescono a godere di questo costume che irradia luce e che permette fra le pieghe movimenti impercettibili e ambizioni segrete. È un’esistenza agiata quella della famiglia imperiale, accoccolata sul trono; professano la sobrietà e poi “s’ingozzano di grassi istorioni” alcuni monaci ed esponenti del clero; tessono nell’oscurità del gineceo e si recano spesso in chiesa le donne per incontrarsi con le amiche e fare del sano pettegolezzo.

Una società che ci appare molto distante, con meccanismi assurdi e spesso ambigui. Ma se ci riflettiamo poco è mutato e si ripresenta sotto altre sembianze. Anche oggi cerchiamo di aderire a modelli fisici e comportamentali dai contorni ben definiti: produttività, competizione, fisici magri e aitanti, sorriso sicuro e sfrontato. Anche oggi, nel XXI secolo, ci annulliamo per rientrare in una sagoma senza aporie.

Ci siamo chiesti invece perché ci sopprimiamo? E per tutte le donne e gli uomini che cingono il proprio corpo con misure estenuanti, perché inseguire questo tipo di bellezza malata? Perché nascondersi? Chi volete far emergere al posto vostro? Per chi vi annullate?

Arianna Guidotto

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