“Franca vigghia”- la storia di Angelina e della serva accorta

Viaggiare, un verbo che ricorda la forza di una corrente viva, un respiro che nutre. È un abbandonarsi alla scoperta, alla genuina curiosità. Ma il viaggio implica anche un ritorno, uno sguardo diverso su ciò che ci sfiora, occhiate frizzanti nel tran-tran quotidiano. Spesso però una partenza è percepita come un’esperienza verso un luogo necessariamente lontano, quasi esotico, e non ci si ferma ad osservare quelle piccole gemme nascoste intessute di storie, leggende, popoli, tradizioni.

A volte basta sfogliare un vecchio libro sul proprio paese natio per ripulirne la patina di banalità. Il viaggio è anche una riscoperta, è risentire quel legame pulsante con le nostre radici.
Francavilla di Sicilia è un piccolo comune incastonato nella Valle dell’Alcantara a nord dell’Etna e dove l’omonimo fiume s’inerpica tra la pietra lavica formando le famose gole dell’Alcantara, meta ambita, dalle acque gelide e vivificanti.

La vita nel paesino è impregnata da un senso di appartenenza, di familiarità dei suoi abitanti. Tutti si conoscono, chiedono, s’informano. Movimenti ovattati nel ritmo siculo che la fa da padrone, soprattutto in estate, dove la colazione con granita e brioche è servita anche alle ore più improbabili, dove l’unico pub notturno pullula di voci giovanili e gagliarde e posti topici come le piazze, gli zampilli, il parco giochi, i “18 schicci” baciati dal sole ti accolgono a braccia aperte nonostante la lontananza, gli impegni, le scelte di vita. Anche dopo anni di assenza ci si sente sempre a casa.
Il toponimo nasconde una leggenda curiosa fatta di attese, amori consumati al buio, passioni ardenti. Si narra che il Delfino di Francia, ospite del feudatario di Castiglione Ruggero di Lauria, s’innamorò perdutamente della figlia, la bella Angelina. Fanciulla avvenente, luminosa di sogni e romanticherie.

Era il 1282, epoca incerta per i valorosi cavalieri, sempre pronti a ostentare il proprio coraggio. Ed ecco che infatti il Delfino dovette partire precipitosamente a causa dello scoppio dei Vespri Siciliani. Ma riuscì a strapparle una promessa: il loro sentimento era abbastanza temprato per resistere alla distanza, sarebbe tornato alla fine di tutto per portarla via come una regina tra le sue braccia. E così scorrevano i giorni sofferti e bramosi di lui per Angelina in attesa del segnale convenuto per il ritorno. Ma non potendo sopportare da sola quello struggimento ne mise a parte anche la fedele serva Franca che di notte scrutava attentamente nel buio.

“Franca vigghia” (“Franca, veglia”), esortava speranzosa Angelina che alla fine crollava esausta mentre l’instancabile amica rimaneva a sorvegliare.
Passarono gli anni sempre colmi di speranza finché una notte tre fuochi accesero il Monte Rotondo. Era il segnale convenuto. L’amore aveva dunque sconfitto perfino gli scorrimenti di sangue e la disperazione. Il Delfino fece calare Angelina dalla torre su una scala di seta, portandola con sé, cauto e ardente di passione. Una “fuitina” di tutto rispetto sul dorso di un aitante destriero.

Monte Rotondo

Ed è proprio lì sul Monte Rotondo che oggi sorgono i ruderi di un castello che abbarbicato sulla cima domina il centro abitato e brilla sotto i raggi argentei della luna.

Si pensa che il nome Francavilla si riferisca proprio all’esortazione “Franca vigghia”. Sarà solo una vecchia fiaba? Probabilmente, ma è bello a volte abbandonare la propria incredulità e ritornare un po’ bambini per lasciarsi cullare da antiche storie. D’altronde, si sa, ogni leggenda è costruita su un fondo di verità.

Arianna Guidotto

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