Referendum 2020: cosa si deve sapere

Il 20 e il 21 settembre andremo a votare per il quarto referendum costituzionale della storia della Repubblica italiana. Ci verrà chiesto se desideriamo approvare o meno una legge che è già di fatto passata alle due camere e che in caso di maggioranza del Sì verrà confermata e potrà essere in seguito applicata. Questa tipologia di referendum, detto ‘confermativo’, non ha bisogno di raggiungere il quorum, un numero legale che rappresenta la maggioranza degli aventi diritto al voto, per essere valido. Il conteggio avverrà tra tutte le schede valide, qualunque sia il numero di votanti. Per questo è importante esprimere la propria opinione anche se non si è del tutto sicuri. L’importante è avere un’idea personale ricavata da una base solida di informazioni e non per sentito dire o passaparola.

Ma se nell’ottobre 2019 la riforma era passata, come siamo arrivati al voto? Nei casi in cui una riforma venga approvata con meno di due terzi alle due camere, un referendum di questo tipo può essere richiesto entro 3 mesi. Sono necessarie le firme di almeno 500 mila elettori, 5 consigli regionali o, come nel caso attuale, di un quinto dei membri di una delle due camere. Accolta la richiesta dei 71 senatori, i seggi erano stati programmati nella data 29 marzo, ma sono stati posticipati a causa dell’emergenza sanitaria. Nella nuova data il referendum si è unito alle elezioni regionali e amministrative previste in parte del paese, ma che non coinvolgeranno Torino.

Dal sito ufficiale del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali riportiamo qui il testo che troveremo sulla scheda elettorale:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?»

Le modifiche sopracitate riguardano la riduzione del numero di parlamentari di poco più di un terzo. I deputati alla Camera da 630 diventerebbero 400 e al Senato si passerebbe da 315 seggi a 200. Inoltre, il numero di senatori a vita non potrà essere superiore a cinque. Gli argomenti favorevoli al Sì puntano sui risparmi a livello economico e di tempo che la riforma porterebbe allo Stato, quindi per prima cosa a tutti noi cittadini, ma di quanto sarebbe effettivamente questo alleggerimento della spesa pubblica? I calcoli sono discordanti. Le cifre comunicate dagli esponenti del Movimento 5 Stelle si aggirano su 100 milioni in meno all’anno, pari al 0,012% della spesa pubblica italiana, ma il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, Carlo Cottarelli, ci parla di una percentuale di 0,007 della spesa, cioè 57 milioni. A livello di tempo l’idea è che meno persone coinvolte nel processo decisionale possano garantire più velocità e quindi miglior capacità di intervenire in tempo sulle necessità del paese.

Un grande dubbio e cavallo di battaglia di chi spinge per il No riguarda la rappresentanza. Diminuendo i seggi, cosa succederebbe ai partiti ed esponenti delle aree del territorio più piccole? Il rischio è che per rispettare le proporzioni nelle camere le regioni più piccole ottengano minor rappresentazione a livello nazionale. Con il taglio, il partito o la coalizione di maggioranza non subirebbero delle grosse perdite di rappresentanza nelle camere. Al contrario, i partiti più piccoli, quelli che ottengono piccole percentuali alle votazioni, potrebbero vedere i loro seggi diminuire ancora di più o scomparire. Questo porterebbe sì ad una più facile gestione delle decisioni nel parlamento, ma cosa comporterebbe per la democrazia del paese?

I tentativi di cambiare parte della Costituzione sono avvenuti tutti nel corso del nuovo millennio, finora solo il primo fu confermato. Qualunque sia l’esito del prossimo referendum, ci si chiede se si tratti solo di un ‘contentino’ o dell’inizio di un cambiamento più grande.

Anna Franzutti

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