Carcere e Covid: l’emergenza sanitaria smaschera i problemi di un’istituzione

L’emergenza sanitaria ha colpito tutti, in un modo o nell’altro. Mentre noi ci chiudevamo in casa per limitare i contagi, cosa succedeva là dove le persone sono già chiuse e con pochi contatti? Nelle 231 carceri italiane, da subito si è rivelato essenziale limitare che il Covid-19 si trasmettesse  ai detenuti e al personale. La situazione del sistema carcerario italiano però non ha facilitato il compito. Primo fra tutti i problemi, il sovraffollamento: secondo i dati del Ministero della Giustizia del 29 febbraio 2020, infatti, i detenuti previsti a livello regolamentare sarebbero dovuti essere 50.931, ma quelli effettivi erano 61.230, con le logiche conseguenze in termini di igiene, privacy, salute fisica e mentale. In alcune strutture la situazione è notevolmente peggiore, ma la media nazionale è di 120% di affollamento e il rispetto dei 3 metri quadrati per persona detenuta previsti in cella è ben lontano dalla realtà.

Durante quella che viene ormai chiamata prima ondata, tra marzo e giugno, sono state decise limitazioni ai colloqui con visitatori e legali, possibili solo a distanza, e sono state sospese le attività interne o esterne all’edificio, parte fondamentale dell’obiettivo rieducativo previsto dalla costituzione per la pena. La parziale soluzione che è stata messa in atto per cercare garantire il distanziamento necessario alla gestione dei contagi, è stata quella di diminuire le persone presenti negli istituti penitenziari. Col Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 è stata introdotta la possibilità di ottenere la detenzione domiciliare per coloro con una pena o un residuo di pena inferiore ai 18 mesi per un reato non grave. In questo modo circa 5000 detenuti hanno potuto “liberare il posto”.

Il provvedimento ha ricevuto numerose critiche in quanto con l’occasione sono stati concessi i domiciliari anche ad alcuni detenuti di alta sicurezza o in regime di 41 bis, tra cui boss mafiosi. Nella nota del 21 marzo del dipartimento responsabile, che richiedeva di segnalare i detenuti a rischio per una possibile scarcerazione, si individuavano parametri riguardanti l’età (over 70) e patologie eventuali, ma non si teneva conto della situazione giudiziaria, che era invece citata nel decreto del 17 marzo, a cui la nota non faceva però riferimento, creando confusioni e scarcerazioni probabilmente non previste inizialmente. Adesso che stiamo vivendo la seconda ondata, i numeri dei contagi crescono tra detenuti e polizia penitenziaria. Il ministro della giustizia Bonafede esprime l’importanza di nuove misure come quelle attuate a marzo, che non si applichino per chi sia condannato per reati gravi, con vittime, abbia preso parte alle sommosse o sia in regime di sorveglianza speciale.

Nei confronti di un tale provvedimento non mancano le critiche, che trovano legittimazione con le scarcerazioni di condannati per reati gravi avvenute tra marzo e giugno. Sicuramente è necessario che questa volta ci sia un controllo e una limitazione più stretta e definita, ma finora si è evitata una crisi sanitaria almeno per quanto riguarda il sistema penitenziario. La certezza non si può avere, ma un contributo essenziale potrebbe essere arrivato dai provvedimenti effettuati. È necessario fare tutto il possibile per evitare che la crisi colpisca ora. Bisogna tener conto che sì, esistono persone condannate per reati gravi, ma la maggior parte dei detenuti non sono parte di quella categoria. In Italia il 31% delle persone recluse lo è per crimini di droga, caratterizzati da scarsa pericolosità. Il sovraffollamento è una realtà, la pratica di concedere i domiciliari a chi ha fine pena brevi potrebbe andar oltre le sole tempistiche per l’emergenza sanitaria. Inoltre, spesso la pena detentiva non soddisfa l’obiettivo della rieducazione come dovrebbe.
Che questa crisi, dopo aver messo in luce i problemi quotidiani del carcere, sia anche un’occasione per rivalutare l’istituzione e modificarla di conseguenza, o, perché no, cercare un’alternativa?

Anna Franzutti

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