Il Covid-19 non parla la nostra lingua

Era il lontano 2016 e tutto il popolo del web commentava stupito la vicenda di Matteo, il bambino di terza elementare che in una scuola in provincia di Ferrara, inventò la parola “petaloso”. L’aggettivo ricevette poi l’approvazione della Crusca, che lo valutò “bello e chiaro” e disse che, affinché il termine entrasse nell’uso, era necessario che fosse impiegato e compreso da molti. La vicenda incuriosì e divertì tanti, al punto che sui social partì una sorta di reazione a catena di “solidarietà”, a cominciare dall’allora premier Renzi. L’auspicio era che il pullulare di hashtag e condivisioni sancisse la fortuna del neologismo. Creare un termine nuovo sembrava allora un’impresa impossibile.

Eppure oggi, nel 2020, in tempo di pandemia, si sta verificando sotto i nostri occhi (o forse sarebbe meglio dire orecchie) un fenomeno linguistico decisamente più imponente del meglio noto antecedente. Sì, perché da quando il Covid-19 ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite sono innumerevoli le vittime che ha mietuto.
Non è certo questo il luogo per rievocare l’immane tragedia che si sta abbattendo in Italia e nel Mondo, né tale vuol essere l’intento del nostro articolo. Converrà piuttosto riflettere sul fatto che uno dei bersagli indiretti del Coronavirus sia, e ahimè è probabile che continuerà a essere, la nostra povera lingua italiana, cui di italiano sta restando davvero poco.

Avete mai fatto caso a quanti termini nuovi, stranieri e non, siano divenuti ormai di uso comune da quando il Covid è comparso tra noi? Piccola precisazione: non è il virus il diretto responsabile dell’ingresso di anglicismi nella nostra lingua. Questo è infatti un fenomeno che da molti decenni interessa l’evoluzione della lingua italiana. L’avvento della pandemia globale in corso, tuttavia, ha senza dubbio contribuito ad accelerare e ampliare il processo, che sta ora dilagando a vista d’occhio.

Vediamo insieme qualche esempio.
La prima parola che ci viene in mente, sarebbe superfluo e banale spiegarne il motivo, è sicuramente lockdown. Più che soffermarci sul significato, è curioso notare che questo termine non sia comparso da subito sui giornali, ovvero da quando alcuni comuni della Lombardia furono dichiarati “zona rossa” (23 febbraio). La fortuna del vocabolo pare infatti successiva alla propagazione del virus nei paesi anglofoni. Da quando sulla stampa estera si è diffuso il termine “Italy lockdown”, anche i media nostrani hanno curiosamente iniziato a farne uso e oggi è senza dubbio una delle parole più gettonate.


Ma non si tratta dell’unico anglicismo connesso alla diffusione del Covid: ne possiamo trovare uno in quasi ogni ambito, non solo medico. Pensiamo a droplet, il termine con cui in medicina si indica il contagio mediante inalazione di particelle di saliva disperse nell’aria; pensiamo a smart working, divenuto la parola d’ordine nel mondo professionale; pensiamo a task force, che in politica è ormai di uso comune o, ancora, a recovery fund, diffuso in ambito economico-politico.


Gli esempi citati rappresentano, ovviamente, soltanto una piccola porzione del fenomeno che abbiamo qui voluto descrivere in modo rapido ed evocativo. Alla luce di quanto detto, cosa ne pensate voi? L’irruenza di forestierismi nell’italiano è un fenomeno cui dobbiamo adattarci passivamente o c’è ancora speranza di cambiare le cose?

Arianna Arruzza

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