La brutalità della polizia albanese

Da una settimana l’Albania sta scendendo in piazza, nonostante le restrizioni anti-covid, per manifestare sotto i palazzi del potere. Ad accendere la miccia della rivolta è ancora una volta la brutalità della polizia che non si registra solo in paesi come gli Stati Uniti ma, a giudicare dall’intensità dalle proteste nelle strade di Tirana, sembra essere un fenomeno che il popolo albanese conosce piuttosto bene.

La sera dell’8 dicembre, in una zona periferica della capitale, Klodjan Rasha, un giovane di 25 anni è stato colpito ed ucciso da un agente di polizia per essere stato sorpreso in strada oltre l’orario limite del coprifuoco imposto dal governo. I colpi sono stati sparati poiché Rasha non si sarebbe fermato al controllo delle forze dell’ordine e, secondo l’agente autore dell’omicidio, il giovane dava l’impressione di essere armato. Sospetti poco fondati e subito smentiti dalla sorella della vittima, Sibera, che ha dichiarato che Klodjan non possedesse armi e fosse uscito di casa esclusivamente per comprare le sigarette. L’aggressione delle forze dell’ordine è avvenuta, infatti, nei pressi dell’abitazione di Rasha, il che suscita ancora più dubbi sul motivo di tanta ferocia.

“Voglio sapere perché mio fratello è stato ucciso” è stato l’appello della sorella ai microfoni di Euronews Albania, un annuncio che fa da apripista alle manifestazioni che hanno infiammato le principali città del paese.

In centinaia si sono riversati nelle strade, uniti contro la violenza della polizia e ai quali le forze dell’ordine hanno risposto dispiegando barricate e comandi di difesa davanti ai palazzi governativi, presi duramente di mira dalla furia della massa.

Dopo due giorni di proteste quasi senza sosta, il ministro del’Interno Sander Lleshaj ha rassegnato le dimissioni, annunciate e rese ufficiali dal premier Edi Rama. Il governo interpreta questa rinuncia come un atto di responsabilità civile, mentre il premier Rama difende l’operato delle forze dell’ordine definendo l’uccisione di Rasha come un caso isolato, facendo contemporaneamente una dichiarazione di responsabilità: “É stato ucciso da una forza dello Stato, spetta allo Stato chiedere scusa e fare luce sulla vicenda”.

Come si poteva immaginare, né le dimissioni del ministro né la sospensione temporanea dell’agente hanno placato le proteste, che sembrano assumere un aspetto sempre più riottoso. Secondo gli ultimi aggiornamenti, sono in centinaia i manifestanti riuniti davanti alla sede del Ministero dell’Interno, dove sono da subito partiti gli scontri con le forze di polizia in assetto antisommossa e che non hanno certo esitato ad usare idranti e gas lacrimogeni per disperdere la folla.

La via più facile per il ritorno ad una situazione regolare, ancora più urgente considerate tutte le normative anti-covid infrante durante le manifestazioni, è quella istituzionale, attraverso una decisa presa di coscienza da parte dell’esecutivo. L’ostacolo più grande è la poca credibilità di cui gode il governo albanese. Tale ostacolo è decisamente difficile da superare, e sembra che il clima di tensione che si respira continuerà a tormentare il popolo albanese per ancora un lungo periodo.

Antonio Ruggiero

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