La malnutrizione nel primo mondo: i deserti alimentari

Fra ristoranti e locali chiusi ormai da mesi è probabile che i supermercati siano i luoghi più frequentati del momento. Quando a marzo ci siamo tutti improvvisati panettieri è stata fin da subito evidente l’importanza dell’approvvigionamento delle materie prime e dei prodotti freschi che davamo per scontati. Per le persone che vivono nei food desert questo è però un disagio quotidiano.

I deserti alimentari sono aree geografiche in cui non solo l’acquisto ma anche il reperimento di cibi salutari è estremamente difficile. Le cause sono molteplici, spesso queste aree coincidono con zone estremamente povere, di conseguenza il reddito è uno dei fattori fondamentali, segue la scarsità di mezzi di trasporto, sia pubblici che privati.

Il concetto non è nuovo: uno studio del 1973, descrivendo i nuovi tessuti urbani costruiti dopo la guerra nel Regno Unito, osservò come questi luoghi fossero caratterizzati dalla mancanza di elementi necessari allo sviluppo di una comunità, dei veri e propri “deserti suburbani”. Negli anni ’90 si iniziò ad usare il termine “food desert” per indicare in modo più preciso queste situazioni di disagio. Le conseguenze di vivere in luoghi del genere sono facili da intuire: alti livelli di obesità, malattie cardiovascolari e malnutrizione.

Il problema è particolarmente presente negli Stati Uniti dove si calcola che 24 milioni di persone vivano in deserti alimentari, specialmente negli stati del sud. La questione, secondo molti, sarebbe anche legata alla discriminazione razziale, dato che spesso aree povere e aree ad alta densità di minoranze coincidono.

Dieci anni fa l’amministrazione Obama cercò di portare alla luce il problema. In particolare, l’allora first lady, Michelle Obama, in occasione del lancio del programma “Let’s Move!” che mirava a combattere l’obesità infantile, si disse pronta a sradicare il fenomeno entro il 2017.

L’America’s Healthy Food Financing Initiative coinvolse investimenti multimilionari pubblici e privati.  Si cercò di lavorare in collaborazione con alcuni più grandi retailer statunitensi, Walmart, Walgreens e Supervalu, per aprire nuovi negozi in zone depresse in modo da fornire cibi salutari a prezzi accessibili.  Con l’avvicinarsi della scadenza fissata, però, iniziò ad essere chiara la sottostima del problema: un comunicato dell’Associated Press del 2015 riporta che l’obiettivo iniziale di 1.500 nuove aperture è stato ampiamente disatteso con soli 250 punti vendita.

Per alcuni, aprire nuovi supermercati non basta, il problema sarebbe anche culturale. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista del National Bureau of Economic Research, anche se posti di fronte a una scelta fra junk food e cibi salutari, i soggetti interessati sceglierebbero comunque i primi per gusto e abitudine. Il 2020 ha ovviamente peggiorato la situazione. Il livello di povertà è aumentato e molte persone ad alto rischio sono le stesse che vivono nei food desert.

La questione non è di certo semplice e cercare di risolverla in una manciata di anni ha portato solo altra confusione in una nazione in cui le differenze sociali giocano un ruolo fondamentale in ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi cittadini.

Daniela Carrabs

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